Base Nato. Mtb e misteri

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#Diariodibordo, Data terrestre 15 luglio 2016

Era una giornata calda.

Erano le 11 di una giornata calda di luglio sopra l’abitato di Feglino. Procedevo lungo la strada asfaltata che dal paesino ligure si inerpica in direzione Pian dei Corsi. Erano già un paio d’ore che ero in giro con la mia Rocky Altitude. Ero partito dall’agriturismo “I Lamoi”, poco sopra Finale Ligure, per salire lungo la strada per San Bernardino che abbandonavo, in via degli Alisei, per prendere un sentiero che prima attraversava prati e poi il bosco portandomi alla prima discesa di giornata, la Dolmen; un chilometro e mezzo di un percorso tecnico con fondo di terra e rocce che termina con un rettilineo che immette direttamente sulla provinciale per Feglino.

Abbassavo le ginocchiere, toglievo le gomitiere e con calma iniziavo il mio calvario. Avevo deciso che sarei arrivato alla Base Nato pedalando nonostante non fossi partito presto e ben conscio che non sarebbe stata una passeggiata.

Cercavo di mantenere un buon passo senza però stancarmi troppo mentre  di fianco a me passavano auto, mezzi di lavoro e furgoni con enormi carrelli carichi di mtb. Già, i furgoni; sono una costante lungo le strade finalesi. Trasportano su migliaia di biker all’anno, per andarli a recuperare dopo che hanno terminato la discesa e poi via, verso un nuovo sentiero e nuova adrenalina. Normalmente anche io, quando percorro questo budello d’asfalto che ogni tanto concede un attimo di tregua, sono seduto su uno di questi e la mia bici è insieme a tante altre. Ironia vuole che tutte le volte che sono salito al Melogno con un automezzo, il tempo fosse bigio, o piovesse addirittura, con le enormi pale eoliche nascoste e che potevo solo sentire e non vedere, mentre in quel giorno di luglio, il sole e il caldo mi facevano compagnia nella fatica. In altri momenti quei chilometri non mi avrebbero impensierito, ma il poco allenamento di quest’anno era fonte di timore. Mi ero anche tolto il caschetto, un gesto che normalmente non avrei mai fatto e che avevo fissato allo zaino, perché sudavo troppo.

L’aspetto positivo, quando percorro certi itinerari asfaltati è che riesco a perdermi nei miei pensieri; anche quando ci sono strade che si inerpicano come serpenti, con tornanti secchi come quello che mi stava portando verso la chiesa di San Rocco, la mia mente inizia a vagare e a pensare alle cose più disparate. In quei momenti, tra un saluto ad alcuni biker che si stavano per lanciare lungo il percorso della Legnaia e altri, poco più avanti, che si stavano preparando davanti al bivio per Little Champery o il Ca’ Bianca Trail, che avrei fatto anche io, mi tornavano in mente alcune storie che avevo letto su internet quando, cercando tracce di percorsi da scaricare sul ciclocomputer, il motore di ricerca mi aveva restituito strane storie di misteri, missili e attentati bombaroli.

La Base Nato. Una delle mete di quel giorno. La principale per la curiosità che suscita. Che poi è un errore chiamarla così, perché era un avamposto dell’esercito americano in Italia e non un base nata dal Patto Atlantico. Ci si arriva dopo aver lasciato la strada di Pian dei Corsi appena prima di una bianca e alta pala eolica per salire le ultime centinaia di metri per arrivare allo spiazzo dove atterravano gli elicotteri e di cui resta solo una “H” sbiadita. Altri 50 metri e si entra in quello che resta di un luogo in cui sino agli inizi degli anno ’90, era una zona invalicabile.

Appoggiavo la Rocky contro il muro di uno degli edifici, posavo lo zainetto a terra estraendo un panino e, mentre eseguivo un po’ di allungamenti, iniziavo a guardarmi attorno. Prendevo il mio incarto e mangiando iniziavo a girare, curiosare e pensare. Cercavo, tra il nulla lasciato da un Rave party del 2012 e la sporcizia di chi continua tuttora a venire a far bisboccia alla notte tra queste mura, tracce delle leggende che programmi televisivi dai dubbi contenuti anche negli ultimi anni hanno raccontato. Nelle pagine trovate nel web, in quelle nelle prime posizioni su Google, avevo letto di basi missilistiche segrete, di trame che coinvolgevano CIA e Gladio, di Guerra Fredda. Tra questi, Voyager ha raccontato di come sotto la base dell’Aeronautica Militare Italiana che si trova sul Settepani, un colle proprio di fronte a Pian dei Corsi, si sia trovato un labirintico complesso sotterrano che potrebbe essere stato un deposito d’armi in disuso; molti filmati, articoli a suffragare questa teoria mentre per pochi altri si tratterebbe un magazzino di stoccaggio mai usato.

Mentre percorrevo le varie stanze degli edifici, ripensavo alla fantasia di alcuni che ricollegavano questi ambienti con le bombe che hanno colpito Savona negli anni ’74 e ’75, cercavo di trovare sia piccoli appigli alle storie fantastiche, sia i riferimenti all’uso reale di questo sito, che era sostanzialmente una postazione di comunicazione, uno degli 82 anelli della catena del sistema di comunicazioni di tipo Troposcatter che teneva uniti i paesi NATO sino all’inizio degli anni ’90. Ma magari ero solo io che non volevo vedere i complotti che ci circondano. Quello che mi si parava davanti era solo un ennesimo relitto urbano, inutile per quello a cui era stato destinato per circa 30 anni, svuotato nelle viscere e sfregiato dai writers. Pareti rotte, piastrelle spezzate, disegni, pensieri confusi di pseudo-no global. Una “Terra di nessuno”, come ha lasciato testimonianza qualcuno.

O, forse, solo l’inizio di una sua evoluzione perché, ripulito dai rifiuti potrebbe trovare nuova vita in un uso più consapevole di queste strutture abbandonate.

Ma era giunto il tempo di ripartire per il mio giro che non era neppure a metà del suo percorso. Mi sistemavo nuovamente le protezioni, indossavo lo zaino, il cassetto, i guanti e gli occhiali e salutavo i casermaggi dismessi per iniziare ad affrontare discese e risalite in sella alla mia compagna di giochi, in una giornata calda. Una giornata calda di luglio.

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2 pensieri su “Base Nato. Mtb e misteri

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