Periousa – Portfolio

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“Sai una cosa, se questa è la vera pizza napoletana a Perugia come scrivono in tanti su ‘sto social di viaggi, mi sa che se mai andrò a Napoli mangerò dell’altro”. Cinzia mi guarda e annuisce.

Attraverso la vetrata del locale scorgo le poche persone che in questa sera invernale percorrono piazza IV Novembre, sfidando i fastidiosi aghi di pioggia e il vento gelido che sferza senza trovare ostacoli la via larga che attraversa la parte alta di Perugia. Di fronte si riesce a scorgere il portale barocco della Cattedrale.

“Lo sai che secondo Wiki il nome della città potrebbe derivare da anche dal greco periousa, ovvero “che sta in alto”, ma l’origine greca del nome di una città etrusca pare infondata”. Cinzia è di fronte a me e legge dall’Iphone le informazioni mentre cerca di mordere l’impasto gommoso. Siamo seduti ad un tavolo quadrato in una delle due sale in cui è divisa la pizzeria. Nonostante sia mezz’ora che ci siamo accomodati, lei non si è ancora tolta la giacca e la sciarpa di lana; sente ancora dentro il freddo della camminata.

“Sarà anche infondato, ma è indubbio che la parte antica della città se ne sta bello in alto. ho perso il conto del numero di scale che abbiamo fatto oggi per girarla”. Getto l’ultimo spicchio di impasto nel piatto e mi arrendo.

La stanza in cui ci troviamo è ricavata in quella che doveva essere una cantina con spesse pareti di mattoni e colonne con archi bassi. Attorno a noi pochi altri tavoli tutti pieni di persone straniere. Li osservo e intuisco che la maggior parte sono stranieri. Lo si capisce dalla gestualità, scarsa rispetto a noi mediterranei e dai vestiti. Sono a gruppi di non più di quattro persone, probabilmente uniti dalla vita universitaria; i giovani studenti e i vecchi docenti. Li ascolto parlare e le uniche cose che capisco sono alcune nomi di posti detti in con parlate inglesi piene di accenti sconosciuti.

“Incredibile come gli italiani riescano sempre a farsi riconoscere”. Mia moglie osserva perplessa un gruppetto, guarda caso, quelli più fighetti,attenti alle mode, con i loro pantaloni con il rinvoltino e le scarpe che lasciano scoperte le caviglie anche quando fuori il termometro segna -1 e che immancabilmente li senti fare apprezzamenti sul bel corpo della giovane cameriera.

“Ti è piaciuta la città?”, mi chiede.

“Sinceramente devo ancora capirlo”, le rispondo. “Mi sembra un posto ricco di fascino ma con una viabilità pessima, soprattutto nella zona bassa, quella fuori dalle mura. Una città che in molti momenti dell’anno deve essere molto viva, piena di giovani per via dei corsi accademici, altrimenti non si giustificherebbe l’alto numero di locali che abbiamo scorto.”.

La cameriera si avvicina al nostro tavolo mentre i giovani italici si lasciano sfuggire alcuni sbuffi di approvazione ricevendo occhiate di disapprovazione anche da altri tavoli.

“Gradite qualcosa d’altro? un dolce?”. Ripenso alle recensioni sul sito, allo spettacolare tiramisù fatto in casa e rispondo: “Niente, grazie. puoi portarci il conto?”.

“La parte alta, invece, è molto piacevole, con i suoi vicoli stretti e le case che sembrano uscite da un libro sulle architetture italiane dal XV secolo in poi. Percorrere la via centrale dal Duomo al giardino panoramico è tutto un susseguirsi di locali, negozi, pasticcerie. Sai mi sarebbe piaciuto vedere il paesaggio seduto in una delle cabine della ruota panoramica, ma anche dalla balconata non è male.”.

Paghiamo e ci alziamo. Appena aperta la porta per uscire il freddo vento ci travolge e ci fa rimpiangere di esserci alzati e anche la pessima pizza. Almeno la pioggia non scende più.

“Cy, hai voglia di fare un giro per locali o vuoi rientrare?”. Lei non mi risponde neanche ma lo sguardo che spunta tra lo scaldacollo e il cappello in lana è chiarissimo e dice una sola cosa: Letto e coperte calde.

A stringo sottobraccio e vicini ci incamminiamo.

“Ti va di vedere insieme se tra le foto che ho fatto oggi c’è qualcosa di accettabile?”

So long

A.

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