Iniziare a rinascere

Sole. Caldo.

Pedalo la mia Ibis lungo sentieri che conosco benissimo e che dovrei affrontare con molta meno fatica. Ma il mio corpo non risponde come vorrei, da mesi non lo fa. Sicuramente è solo l’essere alla prima uscita in mtb dopo mesi. Deve esserlo, stavolta.

Sudore. Fatica.

Una leggera brezza da sud rinfresca l’aria.

Una bici marchiata con il simbolo dell’uccello sacro agli egizi e che è anche la rappresentazione più probabile dell’araba fenice.

Non devo mollare. Non posso mollare.

Il ginocchio fa male, il fiato manca e le gambe bruciano.

Ma questi sono dolori che vanno bene, diversi da quelli che provavo esattamente vent’anni fa.

Allora, pieno di stanchezza, dolori fisici, nervosismo e incertezza mi trovavo a Castelnuovo nei Monti per la seconda o forse per la terza visita da un medico di cui non avevo mai sentito, prima del 1995, la sua specializzazione: endocrinologo. Da quel giorno iniziò una fase che portò, poi, alla mia rinascita.

La vera agonia era però iniziata un anno prima.

Maggio-giugno 1994.

Bolzano.

Piazzale d’armi della caserma del “II° Battaglione Genio Guastatori Alpini Iseo”.

Ore 14,00. Adunata.

Attenti. Riposo. Attenti. Inno. Bandiera.

Caldo. Afa.

Corsa attorno al piazzale. Sciogliere le righe e ognuno ai suoi incarichi.

Il mio era all’ufficio matricole. Impegnato anche sino alle 22,30 e nei fine settimana.

Ma il problema non era questo.

Il problema era quell’asciugamano appoggiato alla sedia che mi aspettava. Il sudore che mi imperlava tutto il corpo per una corsa di trenta secondi.

Centodieci. Senza lode i battiti del cuore da seduto.

Il problema era quell’alto numero di errori di cui non mi accorgevo mentre redigevo i documenti. Lavori da rifare. Stress. Nervoso.

I problemi erano quell’attività fisica che non riuscivo più a fare e gli esami all’ospedale civile di Bozen che smisi di contare.

Avevo ventuno anni, ero e sono alto 180cm e alla fine della leva pesavo 67 kili.

Non mi riconoscevo. Non potevo essere io.

E, invece, si. Ero io, congedato e incapace di fare quello che facevo prima di partire.

Senza una soluzione.

Poi una visita diversa dalle altre, senza specialisti ma con un medico generico che mi controlla prima di una donazione.

“Secondo me è molto semplice: hai problemi di tiroide”

Da li altri esami, visite e il verdetto: Morbo di Basedow-Graves.

Tutto molto semplice, sarebbero bastate delle pastiglie.

Avrebbero dovuto bastare delle pastiglie.

Iniziai la cura a cui però dovetti affiancare pastiglie per il cuore e la pressione e un cardiofrequenzimetro, strumento totalmente sconosciuto prima, per evitare di esagerare.

Avevo ventidue anni, pesavo 69 kili e non avevo ancora la mia vita.

Dubbi. Tanti.

Il passare dei mesi non li scemava, anzi. Iniziavo prima a recuperare peso e poi ad ingrassare. Il cuore non migliorava. Iniziai a faticare a parlare. Le mani tremavano.

Passò l’estate e, se possibile, peggiorai.

La mia forza era tutta in Cinzia che mi stette vicino allora come adesso.

Con settembre arrivò l’autunno e una nuova visita quando ormai di kili ne pesavo 89. Cinque mesi. Venti kili.

“Ferma tutto. Smettila con le medicine perché il tuo corpo non le accetta”, il verdetto dell’endocrinologo della prima volta che poi non vidi più sino a quel momento.

Fu così che iniziò un lungo periodo di tira e molla, di pastiglie prese e poi smesse e poi prese e poi smesse.

Sino all’agosto del 1996, l’undici per essere precisi.

Il giorno in cui finalmente rinacqui dalle ceneri del mio corpo bruciato da mesi di terapie indolori e snervanti.

Rinacqui diverso. Fisicamente non ero più l’Andrea di prima e neanche nella testa.

So benissimo che le malattie serie sono altre, malattie da cui solo a volte si esce vincitori.

Ma preferisco pensare che fu un periodo duro ma necessario a farmi diventare migliore, più forte.

La salita è finita.

Dalla spianata in cima alla pineta si vedono gli Appennini parmensi e la vallata del torrente Parma che porta verso di me la brezza ora un poco più calda.

Un morso alla barretta. Una carezza alla cicatrice sul collo.

E’ tempo di scendere verso casa, è tempo di godersi la discesa.

So long

A.

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