“Papà, non riesco a dormire”

“Papà, non riesco a dormire”.
Quante volte l’ho sentito dire da mio figlio nelle notti che sono trascorse da gennaio sino a giugno in questo 2014?
Tante.
Troppe.
Quante volte gliele ho sentite dalla fine della scuola a venire a settembre. Nessuna.

Ora, però con l’avvicinarsi dell’inizio dell’anno scolastico, del suo secondo anno di scuola media, ecco che ha ricominciato a dirmela.
La scorsa settimana la prima volta, dopo tanto.
Ieri e stasera, eccola di nuovo.
In mezzo un fine settimana che ha passato dai nonni e in cui, forse, non ha potuto dirmela.
Mio figlio è preoccupato, forse terrorizzato, che il nuovo anno porti tutti i disagi, i dispetti e le insofferenze che ne hanno condizionato gli ultimi sei mesi.
Non lo giustifico per le cavolate che ha fatto, le bugie e gli errori con i professori e con noi anche se so che erano dovuti alle difficoltà ambientali che trovava tra i muri della classe.
Lui, per quegli errori è stato punito da me e sua mamma.
Non so dire, però, se chi gli ha reso la vita complicata ha ricevuto lo stesso trattamento a casa, non credo. Ma questi non sono problemi miei, ma di chi non è in grado di fare il genitore.
Quello che so è che ogni volta che sento “papà, non riesco a dormire”, sto male.
Sto male perché so che lui vive con un peso addosso che io e sua mamma non possiamo togliergli.
Noi possiamo rincuorarlo, rassicurarlo, dirgli che quest’anno sarà diverso perché ora gli altri lo sanno, i professori lo sanno e sicuramente qualcosa cambierà; che non deve preoccuparsi soprattutto perché non serve immaginarsi il brutto quando questi non si sa se arriverà.
Deve pensare che sarà bello ricominciare ad imparare, anche se sarà un impegno.
Deve pensare a quanto sarà bello ritrovare gli amici che durante l’estate ha fatto fatica a vedere.
Deve ricordarsi che gli ho promesso, anche stasera, che se ricominceranno nuovamente a tormentarlo e in classe non cambierà niente, con ancora nessuno dei compagni che avrà la forza e la voglia di prendere le sue difese, stavolta sarò io a trovare una soluzione perché possa tornare ad essere tranquillo e felice.
Dovessi anche arrivare a spostarlo da lì, come in tanti mi hanno suggerito.
Ma io non voglio che sia lui a doversene andare, ad arrendersi per sopravvivere ma perdendo quello che in un anno ha costruito.
Poi fuggire non servirebbe, perché troverebbe sempre qualcuno che vedendolo piccolo e timido ne approfitterebbe.
Forse l’unica soluzione è che inizi a crescere e, come si dice dalle mie parti, scantarsi, ribellarsi.
Ogni volta che sento “papà, non riesco a dormire” spero con tutto il cuore di essere convocato dai professori perché LUI finalmente si è difeso.
Nel caso lo sgriderò in pubblico, dovrò farlo, ma in privato, gli farò un regalo e gli dirò “finalmente, bravo”.
Con la speranza di non risentire più “papà, non riesco a dormire”.

So long

Andrea

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