Ciao, amica mia – 2a Parte

otranto

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Bisbigli. Le giungono all’orecchio dalla camera a fianco, quella dei suoi genitori. Osserva l’orologio sul suo cellulare.

– Le quattro. Neanche loro riescono a dormire.

Per un po’ la ragazza resta in silenzio ad ascoltare. Non capisce cosa si dicono; sente però distintamente i singhiozzi di suo padre insieme alla voce di sua mamma e li immagina uno affranto appoggiato sulla spalla dell’altra con finalmente con la possibilità di sfogare il suo malessere e l’altra  intenta a consolarlo stringendolo forte a se. Poi non sente altro che qualche isolato sospiro e non osa pensare ad altro che non sia il sonno finalmente giunto.

Anche Laura vorrebbe potersi sfogare con qualcuno; inizia a sfogliare la rubrica del suo telefono, scorre i nomi di tutte le sue amiche ma quando è il momento di premere il tasto di chiamata, non ce la fa.

– E’ tardi e poi l’unica amica con cui vorrei davvero poter parlare non c’è più; l’unica cosa da fare è riprendere a scrivere.

“Durante il rientro pensavo ai tredici giorni di vacanza passati. I giochi sulla spiaggia con i bimbi urlanti, incontrollabili e felici; i libri letti sotto l’ombrellone; le mille piccole attenzioni per non ustionarmi, per non essere “la solita turista distratta”; i pranzi a panini e le cene a base di pesce, Dio com’era buono il pesce, e quel profumo forte di salsedine, di mare che solo a respirarlo stavi bene. Poi c’era lui, il ragazzo dai bei capelli biondi.

Ora posso dirtelo, si chiama Matteo ed è davvero bello. Oggi tutto quello che ho passato insieme a lui mi è limpido, un piacevole ricordo. Abbiamo iniziato ad incontrarci dal giorno dopo. Lui si era presentato davanti al mio ombrellone affittato al Bagno Marina; Io stavo seduta sulla stuoia a leggere e la sua ombra mi ha oscurato le parole; lui si era presentato a mamma e aveva chiesto se poteva chiacchierare con me, prima di sedersi vicino. Subito i miei fratellini avevano iniziato a tormentarlo con Andrea che lo studiava e Chiara che lo guardava in cagnesco; Matteo allora si presentò anche a loro, stringendogli la mano e poi iniziò a giocarci. Li conquistò subito. Era stato piacevole scherzare, ridere, parlare e giocare con lui tutti i giorni. Poi, dalla sera del quinto giorno fu bello abbracciarlo, baciarlo. Successe durante la consueta camminata per andare alla trattoria in cui cenavamo quasi tutte le sere. Si doveva uscire dalla palazzina, percorrere in discesa una delle vie del centro e si finiva in grande spiazzo all’esterno delle mura della città vecchia; giunti alla breccia aperta nel muro di cinta da antichi guerrieri saraceni, mi strinse a se e senza che ci dicessimo niente, ci baciammo.

Durante tutto questo, tu eri sola con i nonni perché papà andava a lavorare. Sai, credo di aver letto, durante la vacanza, i miei ultimi libri narranti di angeli caduti, figure immaginarie e finte, mentre il vero angelo eri tu che lentamente iniziavi a precipitare; ti aveva trovato papà ieri mattina, coricata sul dondolo con la stoffa rossa. Eri già agonizzante, con la gamba gonfia e rossa nel punto in cui eri stata morsa; in terra, sopra ad un sasso, la vipera a cui staccasti la testa un attimo troppo tardi. Io mi immaginavo un pomeriggio accanto al ragazzo dai bei capelli biondi, alle sue carezze e tu invece ti spegnevi mentre papà correva per portarti dal tuo medico per provare a salvarti.”

Poi la telefonata, la partenza, la strada che scorreva per riportarci a casa, sempre più vicino a te e sempre più lontano dal ragazzo dai bei capelli biondi. Un viaggio senza soste, con la mamma che cercava di pensare solo a guidare, i piccoli stranamente ammutoliti e io che cercavo di trattenere lacrime che violente volevano uscire mentre osservavo il giorno passare con la luna che lenta saliva in un cielo rossastro che non era più quello che mi coccolò con Matteo su una scala. Lo sentivo che durante il nostro rientro tu ci stavi lasciando, che stavi spirando tra le braccia di papà, inconsolabile nonostante le parole del medico potessero confortarlo. Ma può cambiare qualcosa sapere che non sarebbe servito a nulla arrivare prima da lui, che quella malattia era mortale?

Era allora che arrivava la telefonata di papà, stavolta toccava a me rispondere e sentirgli dire: “E’ morta”.

-UAHHHHHHHHH !!! NON MI PRENDI !!!! NON MI PRENDI !!!!! MAMMA !!!!!!

A svegliarla sono le urla e i rumori dei piccoli che scendono le scale per andare in cucina a fare colazione; alla fine la stanchezza ha avuto il sopravvento e si è addormentata. Il sole è già alto, guarda l’orologio.

– Sono le 9.

Decide di alzarsi e di dare ascolto al suo stomaco brontolante; lentamente scende le scale, arriva in cucina accolta dal silenzio surreale dei bimbi che stanno ascoltando l’inascoltabile dalla voce di mamma. Ora anche loro sanno che Alice non c’è più e anche loro piangono. La ragazza  risale in camera dopo una colazione svogliata a base di caffelatte, biscotti, occhi gonfi e l’oblio assordante di tutta la famiglia

“Adesso sono qui, con davanti il mio carodiario e tanti pensieri che non riesco ad esprimere; sono troppi e si accavallano. Mi guardo attorno, in questa stanza c’è tanto di te e vengo sopraffatta dal senso di vuoto. La tua bambola posata ai piedi del letto, la palla arancione con cui mi facevi giocare è sotto la scrivania; dalla finestra posso vedere i prati in cui correvamo, le colline con i sentieri scoperti grazie alla tua curiosità e, là in fondo, la nostra quercia”

Laura si toglie il pigiama, dalla cassettiera sfila un paio di calze di spugna, si avvicina all’armadio e ne apre un’anta; indossa una maglietta nera dei Metallica, un paio di jeans tutti strappati e si abbassa per prendere un paio di scarponcini da trekking, li infila, li allaccia; svuota lo zaino, lo riempie con un panno colorato ed esce dopo aver recuperato il suo carodiario. Ridiscese le scale, sta per uscire ma si ferma un attimo sulla porta, guardandosi intorno.

Inizia a percorrere il sentiero che affianca il retro di casa sua e che subito sale verso le colline e conduce, dopo alcuni bivi alla quercia sulla collina. Il sentiero è ancora bagnato dallo scroscio della notte precedente, ma la terra è piena di crepe e l’erba è ingiallita da una estate calda che ha lasciato segni del suo passaggio. Nonostante siano da poco passate le dieci, l’afa comincia già a farsi sentire e la ragazza, giunta sotto il grande cappello di una quercia secolare, trova momenti di sollievo nell’ombra e nella leggera brezza che arriva dalle montagne più alte.
Appoggia a terra lo zaino, lo apre e stende sull’erba il panno prima di sedersi; ricomincia a scrivere.

“Prima, nell’uscire mi sono fermata sulla porta, come sempre. Ti stavo aspettando per andare insieme, come sempre. Ma tu non arrivavi e non arriverai più. Mi sento sola e sarà difficile abituarmi. Ieri siamo arrivati a casa che era notte. Papà ci aspettava coricato sul dondolo sotto al gazebo in cui eri solita trovare riposo. L’aria era fresca, si stava stranamente bene, in pace. Mamma e papà si sono abbracciati senza dire nulla, hanno preso i piccoli diavoli addormentati e li hanno portati nei loro letti. Io rimanevo fuori, non riuscivo ad entrare da sola in quella casa in cui tu non c’eri più. Era stato papà ad accompagnarmi dentro mentre fuori iniziava a piovere; salendo le scale mi raccontava che ti aveva lasciato dal dottore, per esami di norma; se n’era andato senza voltarsi verso di te a guardarti un’ultima volta, per non crollare stanco, avvilito.

Distrutto.

Quando ero al mare, in vacanza, una delle ultime notti feci un sogno che mi inquietò. Nel sogno c’era Matteo che scherzava con dei suoi amici, si divertiva a prendere in giro un ragazzo handicappato. Lo sbeffeggiava dicendo che non capiva nulla, che era un ritardato, lo irrideva perché non riusciva a fare le cose come tutti loro. Il povero ragazzo voleva andarsene ma non glielo permettevano e allora si era rifugiato in un angolo, vi si era raggomitolato e diventava sempre più piccolo e bianco mentre gli altri ridevano e si trasformavano in gigantesche e grottesche ombre, finché il povero ragazzo non si trasformò in te che piangevi e avevi paura. Io avevo iniziato ad urlare “lasciatela in pace !! lasciatela in pace” ma loro ridevano e ridevano. Mi svegliai sudata, stanca e arrabbiata verso un innocente ragazzo dai bei capelli biondi. Non gli ho mai detto il vero motivo per cui quel giorno ero incostante con lui. Domani lo chiamerò e gli spiegherò anche perché me ne sono andata così, senza dire nulla, senza un saluto. Senza un bacio. Magari a lui non gliene importa niente. Chissà; nel caso, pazienza. L’unica con cui mi sento in colpa sei tu.”

Laura si guarda attorno; il cielo è così pulito che il suo sguardo può spaziare dalle colline alle sue spalle sino a vedere le vette delle montagne dell’arco prealpino, mentre una cappa di umidità sta già cominciando ad invadere la pianura padana. Riesce a scorgere i gruppi di case sparsi a creare tanti piccoli nuclei vitali. La loro casa è isolata da tutte le alte. Non può non pensare a come sia diverso quello che ha davanti da quello che ha lasciato. Per tredici giorni ha vissuto con l’inflessione di un dialetto ricco d’oriente, il rumore della risacca, le urla dei bambini e le grida dei vu’cumprà sulla spiaggia, le risate e il chiacchiericcio durante le serate a girare per le strette vie del centro antico per arrivare, alla fine, sulle mura più alte del castello per scovare le tante luci sparse in quell’entroterra brullo e piatto e per un bacio del bel ragazzo dai capelli biondi avendo davanti la tavola nera e misteriosa di un mare oltre il quale di giorno si poteva scorgere l’Albania.

Guarda il suo carodiario, la penna e capisce che è ora di finire la lettera, che rimane ben poco da dire.

“Mi sento in colpa per non esserci stata quando tu avevi bisogno di me; tu ci sei sempre stata in questi anni per me, per noi. Ci hai fatto giocare; ci hai fatto compagnia quando i miei genitori erano via; ci hai insegnato tanto; ci hai fatto arrabbiare con i tuoi capricci. Soprattutto ci hai protetti, sempre.

Ciao, amica mia, già mi manchi, anche se so che in molti diranno che, in fondo, eri solo un cane.”

So long.

Ringraziamenti. Un grazie particolare alla mia “nipotina” Laura per …. beh, lei lo sa …

….. Prima parte

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