Ciao, amica mia – 1a Parte

copertina del racconto "Ciao, amica mia"

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La stanza è immersa nel buio.
Gli occhi di Laura riescono a percepire solamente piccoli raggi azzurri tra le fessure delle imposte chiuse e il loro riflesso nello specchio sul comò di fronte al suo letto. La ragazzina non riesce a dormire, troppi pensieri confusi le affollano ancora la mente. Per ore l’unico rumore che aveva riempito la sua stanza era stato quello dei tasti del portatile premuti dalle sue dita, nel tentativo di scrivere i suoi pensieri confusi ma riuscendo ad ottenere solo frasi disordinate. Aveva spento tutto e si era coricata tirandosi le coperte fin sopra alla testa; sperava, addormentandosi nel buio più completo, che al risveglio tutto le fosse finalmente più chiaro.

– Inutile, non riesco.- Laura accende la luce accanto al letto.

– Le tre. Solo due ore di sonno. non male.- Si alza. apre la finestra e spalanca le imposte. Aria fresca ma umida inizia ad entrare mentre lei accosta i vetri senza chiudere completamente. Fuori la luna fa capolino tra nuvole che lentamente stanno rivelando le stelle.

-Ha smesso di piovere. – Si dirige alla sua scrivania, apre il cassetto di sinistra tra lo scrittoio e il ripiano completamente occupato da cornici piene di fotografie in cui è con i suoi amici e ne estrae una piccola scatola rosa su cui è incollata  l’immagine di una mano che stringe un lecca-lecca appena scartato. Si siede sul letto, apre la scatola e all’interno c’è il suo vecchio diario, completamente abbandonato da quando frequenta le superiori, ancora chiuso da un piccolo lucchetto. Si sfila la collana d’oro e da dentro al ciondolo a forma di cuore prende una chiave argentata.

– Se non mi riesce di scrivere con il computer, magari tu riesci a farmi confessare.

Aperto il lucchetto, scorre velocemente le pagine su cui, bambina, ha scritto momenti, idee, sogni fino ad arrivare alla prima pagina bianca. La gira.

– E’ meglio lasciare un po’ di spazio tra quello che ero e … adesso.

Sfila una penna dal settimanale di enigmistica sul comodino, toglie il cappuccio alla punta, si sistema dietro all’orecchio destro una ciocca di capelli e inizia.

“Ciao carodiario, sei arrabbiato? lo so che è da tanto che non ti chiedo compagnia ma sai com’è, sono cresciuta e tu mi ricordavi di quando ero ancora una bambina. Credevo di poter fare a meno di te ormai e per un po’ ce l’ho fatta. Ma oggi no, oggi ho bisogno di te perché è successa una cosa e non riesco a non pensarci ma, allo stesso tempo, non riesco a mettere ordine ai miei pensieri, ai miei ricordi, a quello che provo. Cosa dici, mi aiuti? Non so se lo sai ma la mia migliore compagna se ne è andata via; è da ieri che cerco di capire come sia possibile che lei non ci sia più. Sai, ho provato a scriverle una lettera, il saluto di addio che non sono riuscita a dirle; ma quell’odioso del Mac non mi ha aiutato granché e così volevo provare con te.”

Si ferma come in attesa di un segnale.  Da sotto il cuscino sfila un fazzoletto che chiederebbe solo di essere lasciato in pace e poi si sistema contro la testiera; si appoggia con la schiena, raggomitola le gambe, vi sistema contro il diario e riparte, con il fazzoletto al suo fianco, pronto.
– Cominciamo.

“Venerdì 20 agosto 2012

Ciao, amica mia. 

E’ dura accettare quello che ti è successo. Fino a ieri ero felice: il mare, la spiaggia, il sole. Giornate serene insieme alla mamma, ai piccoli. Ancora due giorni e le due settimane lontane dal papà e da te sarebbero trascorse. Iniziavate a mancarmi e un telefono non sempre aiuta ad attutire la lontananza. L’ho odiato ieri mattina il telefono, perché alla fine è stato capace di portare anche il dolore. Un trillo, la mamma che smetteva di preparare la colazione per rispondere sorridente sapendo che dall’altra parte c’era papà. Il sorriso che scompariva, il volto che si scuriva. Incredula e poi triste. Un «ciao» sussurrato e mi chiamava nell’altra stanza. Lei parlava e il mio sguardo era già oltre i letti a castello da cui si erano appena svegliati il mio fratellino e la mia sorellina, che in quel momento si trovavano oltre la porta chiusa a bisticciare per dei biscotti al cioccolato per colazione.”

La penna resta sospesa sopra al foglio mentre Laura si guarda attorno. Tra i poster di attori e cantanti le tante immagini appese alle pareti, ci sono molte fotografie  in cui sono insieme. Allegre.

“Sta morendo. 

Di tutto quello che mi aveva detto per spiegarmi quello che ti era successo, solo questo mi era rimasto in testa. Dopo eravamo io e la mamma che sistemavamo la roba nei bagagli alla rinfusa, li caricavamo in macchina con i piccoli che non capivano, che si lamentano, che si rifiutavano di aiutarci  perché era brutto lasciare tutto così presto. Mentre chiudeva la porta non riuscivo a non guardarmi attorno e non pensare che da quella mattina non ci sarebbero più stati né sole, né mare, né spiaggia. Soprattutto non ci sarebbe più stato il ragazzo dai bei capelli biondi che avevo conosciuto il giorno stesso del nostro arrivo.”

Appoggiato il diario sul comodino, si alza per andare ad aprire lo zainetto, adagiato vicino alla scrivania, con ancora dentro tutto quello che l’aveva accompagnata al mare, sabbia compresa; apre la zip della tasca in alto e prende la sua macchina fotografica digitale. Inizia a scorrere tutti gli scatti sino ad arrivare a quello che cerca: un autoritratto fatto tenendo la macchina con il braccio teso di fronte a lei e puntando a caso con l’obiettivo che la guardava; si vede lei, il viso su cui iniziano i primi rossori d’abbronzatura, occhiali scuri appena calati sul naso protetto da tanta crema, i suoi occhi marroni e il sorriso sempre presente; i capelli castani e ricci che si mescolano a quelli ricci e biondi di un ragazzo al suo fianco intento in una smorfia cretina.

– Lo so che devo raccontare di lui, non voglio che ti arrabbi, carodiario e poi voglio che anche lei lo possa conoscere un po’.

“Ci eravamo incrociati sulle scale che portano agli appartamenti del primo piano, dove c’era l’appartamento che avevamo affittato; Io salivo con lo zaino, un borsone e il mio pallore da turista; lui scendeva con il solo costume rosso da surfista e l’abbronzatura di chi quel mare lo vive da empre. Mi aveva sorriso, salutato ed era scappato verso chissà quale conquista. Per ore avevo continuato ad avere impressi i suoi occhi chiari e la sua collana fatta di sottili strisce di cuoio con alcune perline di legno”

– Ti ricordi, carodiario, come ho incontrato Alice? Si che lo sai te l’ho scritto tanto tempo fa. – Laura inizia a sfogliare a ritroso le pagine. Giunta all’inizio, ritrova il pensiero con cui volle iniziare ad aprirsi al diario, un ricordo di quando lei era solo un piccola bambina.

“Carodiario. Non è semplice iniziare a scrivere e lo trovo anche un compito inutile  questo che ci ha dato oggi la maestra perché tanto lei non lo controlla ha detto. Uffa devo scrivere qui dei pensieri e non so cosa !!! La maestra ha detto «Dovete scrivere di voi». Uffa. Va bene se ti parlo di Alice che è qui con me? Beh, io ti scrivo di lei e se non ti sta bene è lo stesso. Quando lei è arrivata la giornata era grigia e piovosa e fredda ma quando vidi i suoi  occhi scuri, enormi ed impauriti non feci più caso alle gocce che mi bagnavano la faccia; io ero sulla porta di casa e guardavo lei in braccio a papà, avvolta in una copertina rossa da cui spuntava solo il suo musino. Io avevo tre anni e lei uno. Sono passati otto anni da quel giorno ….”

Interrompe la lettura perché tanto sa come continua e non ha bisogno di rileggerlo. Torna al punto in cui aveva interrotto la sua scrittura e ricomincia.

“Altri cinque anni si sono aggiunti a quando scrissi di te per la prima volta in queste pagine. Per tredici anni siamo cresciute insieme. Sempre. Tranne che per questi ultimi tredici giorni.

Tredici giorni iniziati con una partenza quando ancora era notte fonda perché il viaggio era lungo e fatto di notte sarebbe stato più sopportabile per i piccoli che avrebbero praticamente sempre dormito. Ti svegliasti quando ormai eravamo pronti per partire e ci guardavi attraverso i vetri della porta; lo vedevo che eri turbata da qualcosa che non capivi, che volevi venire con noi; ma questa volta dovevi rimanere a casa a fare compagnia a papà che rimaneva a casa pure lui. Fu per questo che rientrai per abbracciarti, senza sapere che sarebbe stato l’ultimo abbraccio che ci saremmo scambiate, senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto quegli occhioni grandi che ci seguirono dalla finestra, con la testa appoggiata al fianco di papà, mentre noi uscivamo dal cancello.

Tredici giorni pieni di lui, il ragazzo dai bei capelli biondi. Sai l’avevo incontrato nuovamente alla sera mentre lui rientrava dalla spiaggia e io dal supermercato con la prima spesa. Mi sembrava ancora più abbronzato dalla mattina e più bello per i suoi ricci tutti in disordine da una giornata di mare. Si era caricato di entrambe le borse di plastica e lasciandosi precedere mi aveva accompagnato sino alla porta; io l’avevo appena socchiusa, giusto per mettere tutto all’interno dell’appartamento e lui se ne stava già andando. «Non ti fermi un attimo?”. Si era girato verso di me e poi si era seduto sul primo gradino delle scale; mi misi vicino a lui ignorante su cosa dirgli. Da lì vedevo il cortile interno della palazzina e oltre l’arco sopra al portone un piccolo spicchio di mare di un blu profondo e pulito come non mi era mai capitato prima di vedere. Il punto in cui eravamo seduti era uno dei pochi ancora illuminati dal sole caldo, rossastro che ancora si intrufolava tra le case del borgo stretto e alto; lo sentivo sulle spalle e gli illuminava i suoi bei capelli biondi. Era bello. Credo di essere arrossita quando lui guardandomi mi chiese: «Come ti chiami?». Abbiamo parlato per una mezz’oretta con la mamma che ogni tanto sbirciava dalla finestra della cucina. Alla fine si era alzato. «A domani, allora». Mentre si allontanava scendendo i gradini gli gridai «Ma tu come ti chiami?». Mi sorrise e mi rispose.

Il suo nome. Lungo il viaggio di ritorno alla mia mente confusa e angosciata non tornava in mente come si chiamasse il mio desiderio di tredici giorni, rimaneva lontano come alcune barche che sparivano all’orizzonte.

Alice. Il tuo nome, quello della mia migliore compagna, lo ricordo benissimo, come è limpido il momento in cui me lo dissero. La mamma ti stava preparando da mangiare dopo che il papà ti aveva posata dentro quello che sarebbe stato per anni il tuo letto. Uno dei pochi ricordi che ho della mia infanzia è proprio questo, di te che dormivi serena e le parole del papà «Fai piano,non è un bambolotto ed è più piccola di te.» Io gli chiesi come mai fossi con noi e papà mi rispose «perché nessuno la vuole visto il suo difetto. la considerano un peso inutile e allora hanno cercato qualcuno a cui affidarla».

Io allora non capii cosa intendesse. Solo crescendo ho iniziato a percepire che in te c’era qualcosa di diverso. Quando ero piccola giocavamo insieme senza problemi, riuscivi a seguirmi, capivi quasi tutto quello che ti dicevo. Con il passare degli anni, però, le tue differenze si sono fatte sempre più evidenti anche ai miei occhi. Faticavi a correre con me, con quella gamba destra che non sempre si muoveva a tempo e i grandi occhi scuri che capivano solo le frasi più semplici e si perdevano quando cercavo di spiegarti tutte le informazioni che quotidianamente imparavo. Che sciocca che ero. A te, in fondo, bastava solo che io giocassi; insieme andavamo sotto la nostra quercia, io mi ci appoggiavo con la schiena e iniziavo a leggere mentre ti mettevi tranquilla di fianco a sonnecchiare. Che poi, tranquilla, non è proprio il termine esatto; meglio “in attesa” perché bastava passasse una farfalla o una lucertola e subito partivi a seguirla, a rincorrerla; a me non restava altro che cominciare ad urlare perché non ti allontanassi; ma non serviva a niente: tu cominciavi a vagare ma alla fine tornavi sempre da me.”

Continua ………

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