Cioccolato e lacrime, 2a Parte

Cioccolato e lacrime, di Andrea Ferrari – Racconto in PDF formato A5

Le prendo la mano e la seguo verso una porta in legno e vetri, scorrevole, che separa la zona giorno dalla zona notte. Un bagno a destra, un ripostiglio a sinistra e due camere di fronte separate da un bagno più grande del precedente. Una delle camere è ancora vuota, o, meglio, piena di scatoloni ancora da sballare; l’altra contiene un letto matrimoniale, testiera in legno color tabacco, un armadio con ante dal profilo identico al letto e porte in color crema e una cassettiera.

Fa scorrere la tenda e apre la porta-finestra che da su un balcone. Appoggiati alla ringhiera guardiamo un parco in comune tra i vari palazzi; una coppia di fratellini di colore gioca sulle altalene, la madre li osserva seduta su una delle panchine disposte sui lati; un ragazzo e una ragazza si sono seduti in terra, su un panno, lei legge e lui le fa i dispetti, prove d’estate con la speranza di essere coperti in futuro dall’ombra di alcuni alberelli appena piantati. Dondoli a molla, e un paio di scivoli attendono.
Ci teniamo ancora per mano; siamo vicini.
“Hai fatto tutto da sola?” Non ci posso credere …. e non hai avuto bisogno di me ….”
“Oh, avrei voluto tanto averti vicino quando facevo questa scelta …. ma poi ho preferito fare anche a te una sorpresa”.
I nostri fianchi si sfiorano, le mani si stringono ancora più forte.
“Pensa che il letto l’ho solo preparato ma non l’ho ancora provato”
Profumo forte, di cioccolato, dalla cucina; profumo dolce, di vaniglia, da lei.
Ci scostiamo uno dall’altra, ognuno immerso nei propri pensieri.
Guardo il letto ancora intatto; guardo lei che mi lascia la mano ed esce.
Rientriamo in cucina.
Mi risiedo mentre lei si dirige verso la parete attrezzata, apre un cassetto, il secondo dall’alto, tra il lavandino e i fuochi; sta cercando qualcosa, un utensile e io la osservo; ne guardo il collo sottile lasciato scoperto dal taglio a caschetto, le spalle strette, i fianchi segnati dalla cintura in cordino intrecciato, le gambe lunghe avvolte in fuseau bianchi.
“Eccolo”. Si volta trionfante tenendo in una mano la sua preda: un setaccio da zucchero; nell’altra una busta di zucchero a velo.
Torna da me con la la torta; strappa la cima del sacchetto e, grazie al setaccio, trasforma la torta in un monte innevato; nel farlo un poco di zucchero le cade sul vestito, sporcandolo.
“Sei sempre la solita pasticciona”
Leccandosi le dita, stringe gli occhi e scrolla le spalle. “Pazienza”.
“A cosa si deve tutto questo”
“Ma come? Oggi è il tuo compleanno !!! Me ne sono ricordata, cosa credi? E questa è parte della tua sorpresa”
Non oso chiedere quale possa essere il resto, anche se un lampo di malizia le attraversa gli occhi.
Allungo la mano verso la torta ma lei me la schiaffeggia.
Agita l’indice da destra a sinistra davanti al mio naso.“Non è ancora ora per questa. E’ calda ….. e poi ….. è per dopo …..”
Bocca seria, occhi allegri.
“Adesso mi aiuti”
Si dirige nuovamente verso la cucina, verso il mobile ad angolo e comincia a estrarre delle pentole.
“Dai, vieni”
Mi alzo, la raggiungo e insieme iniziamo a preparare il pranzo.
“Prima volta che cucino qui. Volevo fosse con te. Va bene un poco di pasta?”
“E’ perfetta”.
Guardo nel frigorifero e decido io cosa cucinare. Lei mi assiste indicandomi dove posso trovare gli utensili.
Io metto sui fuochi una padella, lei una pentola riempita con acqua già calda dal rubinetto.
Dal frigorifero prendo un contenitore di pancetta a cubetti, la apro e la verso nella padella; uno sfrigolio e il profumo del grasso che si scioglie, con un cucchiaio in legno spargo bene i pezzi in modo che ogni pezzetto venga affumicato a fuoco basso.
L’acqua bolle, vapore, caldo. Una manciata di sale. La pasta, spaghetti.
“Il formaggio?” chiedo.
“C’è una punta di parmigiano da aprire. E’ da grattugiare”
Apro il frigorifero, prendo il triangolo imbustato e due uova che appoggio sul secchiaio.
Dal cassetto estraggo un coltello, apro il sacchetto, strappo un pezzo di carta da cucina e asciugo appena il formaggio. Ne stacco due pezzi, la pasta è tenera.
“E’ più da pasto che da cucinare”. Finta sgridata
“Cavolo come sei pignolo”. Finto risentimento.
Inserisco un pezzo nella grattugia elettrica, chiudo il coperchio e accendo. Rumore e polvere che cade nella ciotola. Assaggio l’altro pezzo.
“E’ giovane ma buono”
Con la ciotola del formaggio ritorno dal secchiaio dando una mescolata a pancetta e pasta perché non si attacchino alle stoviglie; lei, intanto, finisce di apparecchiare in sala; i piatti fondi lì ha lasciati sul piano di lavoro.
Tolgo dal fuoco la padella con il salume e l’appoggio sul piano in acciaio satinato del lavabo; mi passa una ciotola e le sfioro la mano, rompo le uova e separo il tuorlo dall’albume che lascio cadere insieme alla pancetta. Il calore lo rende velocemente cotto. Lo rimetto sul fuoco basso.
Mescolo.
Metto i tuorli nella ciotola, prendo un cucchiaio di acqua di cottura e mescolo il tutto con il formaggio perché resti più morbido.
Lei si avvicina, mi è dietro, mi afferra ai fianchi e appoggia la guancia contro la mia scapola.
“Che bravo che sei! Saresti proprio da sposare …”
“Basta chiederlo …. in realtà questa è l’unica cosa che so preparare …”
Si scosta da me; ride.
La pasta, intanto è pronta.
La scolo e la metto nella padella; ci verso il contenuto della ciotola e faccio saltare il tutto per amalgamarlo.
Divido il mio lavoro nei piatti fondi, la padella la metto nella vasca del secchiaio.
Ci sediamo a tavola. Verso da bere: vino rosso per lei, acqua per me.
“Ma come, neppure oggi? Ma non si può festeggiare così !!” Finta delusione, sorriso ironico.
Mangiamo.
Chiacchieriamo.
Penso al letto intatto.
Deve capirlo perché mi da un bacio sulla guancia lasciandomi un segno di formaggio e il vuoto dentro.
“Ti piace?” mi chiede.
“Cosa? La casa o la pasta?”
“Tutte due, scemo !!!”
“Si … tutte due …”
Si alza e torna in cucina, verso il mobile ad angolo, apre lo sportello e prende due piatti da dolce; si sposta e stavolta apre il primo dei cassetti tra lavandino e fuochi, afferra un coltello e torna al tavolo con la torta. Inizia a tagliarla.
Prima fetta nel piatto.
“Per te”
Seconda fetta nel piatto
“Per me”
“Tieni, portali dal tavolino dai divani, mentre io sparecchio.”.
Con i due piatti in mano mi vado a sedere sul divano di fronte alle porte-finestre e appoggio i piatti, fuori si vedono le automobili girare per le vie:portano persone verso il loro pranzo; lei arriva con due bicchieri e una bottiglia di succo d’arancia.
“Certo che festeggiare con un astemio è proprio una tristezza!!”. Risata.
Mi si siede di fianco, vicina, e torniamo a sfiorarci.

… 1a Parte …

… Continua …

So long
Andrea

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