Cioccolato e lacrime – 1a Parte

Cioccolato e lacrime, di Andrea Ferrari – Racconto in PDF formato A5

“Dai! muoviti! seguimi e non fiatare”.
Come sempre mi travolge con il suo entusiasmo, lasciandomi ansimante ad inseguirla nei suoi progetti.
Oggi poi, è peggio del solito..
Sarà colpa di questa splendida giornata di una primavera che è arrivata all’improvviso e inattesa, portando il calore del sole e la voglia di rinascere nelle persone.

Ero entrato nel suo negozio solo per salutarla; in vetrina una ragazza stava sistemando camice a fantasia, maglie di cotone e gonne corte sui manichini; dentro un’altra ragazza stava mostrando ad una cliente un maglioncino di cotone color pesca appoggiato sul bancone in vetro e acciaio.
Lei non era in negozio; io ero avvolto dai colori: azzurro, rosa, giallo, verde, nero, bianco; nell’attesa osservavo le file ordinate di vestiti: abiti, gonne, giacche e pantaloni; ognuno appeso al suo appendino negli stand separati tra loro dai camerini per le prove.
Stavo parlando con la moretta che sistemava le nudità in vetrina quando lei entrava, mi vedeva, mi sorrideva e, urlando “torno ANCORA via, ci vediamo oggi pomeriggio” alle divertite ragazze, mi afferrava sottobraccio e trascinava fuori.
Eccomi, quindi, ad inseguire un abito verde tenue, a maniche corte che termina con una gonna a pieghe e che contiene un vulcano con le sembianze di una ragazza.
A passo svelto attraversiamo la piazza nel centro del paese, con i suoi palazzi in pietra di inizio ‘900 sotto i cui portici sono incastonate le vetrine dei negozi; automobili parcheggiate e sguardi curiosi ci sfilano accanto; attraversiamo la strada lastricata di sampietrini che percorre la parte storica del paese e ci infiliamo sotto un altro colonnato; rimaniamo sotto la sua ombra sino a quando la zona centrale lascia il posto ad un parco alberato.
Lei mi tiene la mano e continua a spronarmi
“Devo farti vedere una cosa. E’ importante.”
Percorriamo i sentieri di ghiaia costeggiati da aiuole non ancora curate; collocate alla rinfusa, panchine in ferro verniciato su cui siedono ora anziani, ora donne dall’accento straniero; una cacofonia di lingue che raccontano tempi andati, speranze,solitudini; al centro del parco lo strano obelisco in memoria di guerre passate.
Lasciato il parco costeggiamo il vialone alberato che attraversa il paese mantenendoci sul marciapiede ciclabile e arriviamo dove, una volta, c’era una fabbrica di materie plastiche che ora è diventata una serie di condomini. Ci avviciniamo al primo.
Quello che ho davanti è un palazzo di quattro piani, di un color giallo ocra. Al piano terra due giardini affiancano il viale d’ingresso che conduce verso una porta a vetri. La vetrata, oscurata, prosegue verso l’alto lasciando intravedere l’ampia scala interna.
“Mi vuoi spiegare perché siamo qui?”
“Aspetta e vedrai. Finalmente posso portartici”
Dall’ingresso ci troviamo in una androne in cui il calore di fuori non è ancora entrato. Davanti a noi alcuni corridoi e l’inizio della scala che è lo scheletro del palazzo.
“Sei curioso, vero?”
Mi guarda e sorride. Perfida.
Iniziamo a salire le rampe; ogni piano è uguale al precedente: tre porte, una per ogni lato, e la vetrata con la scala.
Capisco che siamo arrivati quando lei riprende fiato davanti alla porta di fronte e dalla borsa a tracolla estrae un mazzo di chiavi; mentre si sistema i capelli e la frangia, inserisce la chiave nella serratura e la fa scattare.
Si gira verso di me.
“Dai, entriamo”
Entro passandole a fianco mentre si esibisce in un falso inchino di invito, poi chiude la porta.
L’ingresso è un corto disimpegno che a destra presenta la porta della cucina e termina nel soggiorno; da dove sono io vedo solo una libreria a ripiani bianchi sulla sinistra e un tavolo quadrato in legno scuro con sedie impagliate al centro della stanza
Odore di qualcosa di dolce, di forno.
“Non te l’aspettavi, di la verità”
Non so cosa rispondere. “Cosa vuol dire questo appartamento?”
Mi guarda e i suoi occhi brillano dietro agli occhiali.
“Aspetta, come sei curioso”. Spietata.
Entra in cucina. Anche qui tinte chiare.
Nel lavandino, alla mia destra, scorgo contenitori e ciotole sporche, creme e impasti sono ancora attaccati ai cucchiai usati per mescolarli. Il forno, incassato in una colonna nella parete di fronte, è acceso. L’odore è sempre più forte.
Mi accorgo che a dividere la cucina dalla sala c’è un arco chiuso da porte ad incasso; una è aperta e io scorgo i due divani a “L” che con un tavolino basso in vetro, una televisione a schermo piatto fissato a muro e dei tappeti di una quadrettatura colorata, sembrano tutto l’arredamento di una sala resa luminosa dell’ampia vetrata chiusa da tende chiare goffrate.
“Siediti lì”. Mi indica degli alti scranni a ridosso della porta della cucina che costeggiano una penisola in legno fissata al muro.
“Mi vuoi spiegare?”. Glielo chiedo mentre non mi siedo e la seguo nel suo avvicinarsi al forno, le mani dentro a guanti imbottiti.
Lo apre. I profumi della torta che estrae avvolgono l’ambiente; sono dolci e forti, come sa esserlo solo il cioccolato. La appoggia sul piano di lavoro a fianco del forno sopra ad un disco di sughero. E’ alta come lei, è scura come i suoi capelli.
“Questa la lasciamo qui a raffreddare un attimo”.
Si sfila i guanti e ci sediamo sugli sgabelli.
“Questo è il mio piccolo segreto.” inizia a spiegarmi. “E’ da alcuni mesi che lo stavo guardando. Volevo finalmente qualcosa di mio, per il mio futuro. Sorpreso?”
“Si”. Mi limito a questo.
Devo sembrare dubbioso, o, forse, lei mi legge dentro, perché parte a rispondere alle domande che vorrei farle ma che non oso.
“Non te ne ho parlato perché mi avresti dato della pazza …. e poi volevo farti una sorpresa. Lo sa solo mia mamma …. Tu sei il primo, oltre a lei, ad entrarci. Non lo sa nessun altro, ancora …”
Non lo sa nessun altro, ancora…. le parole mi restano dentro,risuonano, piacevoli e stonate allo stesso tempo.
“Vuoi dirmi che lui non lo sa?”
“No, ancora non lo sa e non so se capirebbe”.
Si alza, si liscia il vestito lungo i fianchi e mi tende la mano. “Dai, vieni che ti faccio vedere …. il resto ….”. pausa ” …. della casa ….”

… 2a Parte …

So long
Andrea

4 pensieri su “Cioccolato e lacrime – 1a Parte

  1. ANDREA,BRAVO è TRAVOLGENTE,LA COSA CHE PIù MI è PIACIUTA è CHE SEMBRA DI ESSERE Lì CON LORO E DI SENTIRE IL PROFUMO DELLA TORTA AL CIOCCOLATO….INTENSO ECCO LA PAROLA GIUSTA…..COMPLIMENTI….BARBARA

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  2. a me veramente non e’ piaciuto per niente mi sembra proprio un racconto reale anzi vissuto in prima persona da colui che l’ha scritto e sinceramente trovo questo molto triste e meschino perche’ uno dovrebbe prendersi le proprie responsabilita’ di quello che scrive e di quello che vive senza doverlo comunicare agli altri

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    • @Clarabella.
      Premessa: la storia del racconto è completamente inventata.
      Quasi tutti miei racconti si basano su invenzioni. Certo, dentro c’è sempre uno spaccato di realtà, qualcosa che mi capita di osservare, di sentire, di leggere a volte di sognare.
      E su quello scrivo cercando di creare racconti che siano per lo più verosimili.
      Perciò mi fa piacere se a te a dato l’idea di essere “reale” o “vissuto”; vuol dire che sono riuscito a trasmetterti sensazioni.
      Spero tu abbia letto tutto il racconto e non solo questa parte e che, magari, tu posso esprimere il tuo parere per intero.
      Non capisco, però, il tuo passaggio “prendersi le proprie responsabilita’ di quello che scrive”.
      Non lo capisco perché è insito nel rendere un racconto fruibile ad altri che chi lo scrive poi ne è responsabile dei contenuti, e se uno vuole dar voce a sue emozioni (felicità, tristezza, ansia, paura ….) credo sia libero di farlo sempre che questo non offenda la dignità di altre persone. E non credo sia questo il caso.
      So long
      Andrea

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