La ballerina dal basco rosso – 2a Parte


La ballerina dal basco rosso, di Andrea Ferrari – Racconto in PDF formato A5

Ore 12.00
Un trillo. L’ennesimo. Chiudo il quotidiano che ho acquistato in uno di quei vecchi chioschi metallici, guardo il display del telefono e una smorfia mi sfugge. Ancora una chiamata di lavoro che si aggiunge alle altre a cui non ho risposto ed ai messaggi che non ho letto.

“Ma non capiscono che oggi di loro non me ne frega niente?!?”. Questa volta lo lascio continuare dopo averlo messo in modalità silenziosa per non disturbare le altre persone che, come me, si sono rintanate in uno dei bar della piazza centrale, uno dei pochi luoghi che ho scoperto essere sopravvissuti negli anni in cui io sono mancato. Il locale, all’interno di un vecchio palazzo con scorci che danno sulla piazza centrale, mi è sempre piaciuto per quella zona tranquilla al primo piano, fatta di divaneti in stoffa, bassi tavolini e musica soffusa a riempire i pochi vuoti lasciati dal chiacchierio della gente.
Quando nel mio girovagare sono arrivato davanti alla statua del condottiero dei due mondi, nel guardarmi intorno ho scoperto che molte delle mete di noi ragazzi erano cambiate. Notavo, con rammarico, la sparizione di un negozio di dischi in cui ero riuscito a scovare reperti che mi avevano fatto innamorare della musica rock. Nella mia memoria è ancora pieno di gente intenta a scoprire generi, suoni, idee, vogliosa di scambiarsi pareri ed opinioni. Lungo l’antica via del corso, quella delle innumerevoli vasche in centro, non ho ritrovato invece altre realtà, la sala giochi, il negozio di fumetti. Al loro posto le nuove banche dai nomi più assurdi, alcune catene di abbigliamento e gioiellerie.
Il telefono smette di correre vibrando sul tavolino;“Chissà se finalmente lo capiscono che non mi interessano?”, penso mentre guardo in basso, oltre la piccola finestra, le persone che transitano, disordinate, in apparenti direzioni casuali ma con una meta ben precisa, come piccole formiche laboriose intente a ricondurre cibo alle tane. Alcune le invidio.
Sono quelle che viaggiano in coppia, felici. Le riconosci subito. Non sono solo quelle che si tengono per mano o strette in abbracci. No. Le noti perché tra di loro ridono, tra di loro parlano, scherzano, magari si arrabbiano per una stupidata ma subito dopo hanno già dimenticato. Ti accorgi che ai loro uomini non pesano le borse dei loro acquisti.
Le borse. In tanti hanno approfittato di questo sabato mattina per fare compere e le borse raccontano di abiti da sfoggiare alla sera, di oggetti desiderati o necessari per i loro bambini. Lo capisco dai marchi che compaiono, famosi, griffati. Poi ci sono le borse anonime, quelle della spesa da preparare una volta arrivati a casa, magari insieme, sicuramente per il lui o la lei che si vuole rendere felici. E ancora quelle con loghi che non conosco, che potrebbero essere ogni cosa, come quella là, nelle mani di quell’uomo dal portamento composto e dai vestiti eleganti, che sta uscendo dal vicolo stretto ai margini della via di moda, con quel buffo disegno. “Chissà cosa rappresenta ….”
Devo uscire. Di corsa. Scendo le scale, esco, cerco l’uomo.
Il disegno, quel disegno, l’ho già visto, ne sono sicuro.
Dove sei? Da dove stavi arrivando?
Guardo l’imbocco della via.
Una signora sta indossando un paio di occhiali da sole per ripararsi dal sole basso che continua ad insinuarsi tra i palazzi. In mano la borsa di carta con il disegno: il profilo di una ballerina in volo, libera, senza ostacoli. Io lo conosco quel tratto ma non su una borsa, per me è una spilla dorata, piccola, sempre addosso a lei, a volte su un giaccone o una maglietta sempre sopra al cuore, con la sorella a spiccare voli dal suo basco rosso. Mi avvicino al vicolo su cui è affisso un cartello indicatore e lì la ballerina mi indica la strada , la seguo nel suo salto che si lascia alle spalle la parola LiberaMente.
“Ma come ho fatto a non vederla prima”, mi chiedo dandomi dello stupido eppure era lì. Ormai il mio incedere è frenetico, vorrei correre ma mi costringo a camminare; violento la mia voglia per la paura che tutto svanisca se mai lo raggiungerò. E arrivo in fondo, la strada finisce in un piccolo borgo, antico come le mura in sasso dei bassi palazzi.< Mi guardo attorno e ansimo, più per il dubbio che per lo sforzo. Il cuore mi batte nelle orecchie come durante le corse, quando verso la fine sto per arrivare a casa e la vedo.
Anche ora la vedo. E' dentro ad un negozio che parla sorridente con un giovane. Mi trovo a pensare dubbioso“sicuramente è un cliente”.
Sollevato lo studio mentre la saluta ed esce con una borsa in mano; lei invece rientra all’interno del locale e mi sfugge.
Mi avvicino al negozio e osservo la vetrina a destra dell’ingresso. Faretti alogeni illuminano un muro di cristallo azzurrato da cui escono ripiani in vetro. Su ogni ripiano dei libri. Quasi tutti hanno copertine colorate con disegni infantili, accattivanti per il piccolo pubblico a cui sono rivolti. Ogni tanto, come macchie di quotidiano a ricordare che i periodi felici finiscono, volumi di narrativa, polizieschi, romanzi d’amore e altri legati agli animi inquieti e insoddisfatti dei grandi.
Apro la porta a vetri su cui la ballerina sembra trovare riposo sopra la scritta libreria. Un campanello mi annuncia e la sua voce mi blocca sull’ingresso, un “arrivo” che per me è uno “stop”. e se fosse offesa perché sono qui?”. Io, proprio io che quotidianamente mi trovo a non aver paura della gente che incontro per lavoro, anzi, che le mie scelte condizionano, mi sento scoperto.
Lei è laggiù, in fondo alla grande stanza, dietro un muretto contro cui sono appoggiate delle basse librerie. Che posto strano. All’ingresso, e sino al divisorio, è solo una libreria, con gli scaffali alla parete su cui sono ordinati volumi per categoria e al centro delle isole con le novità. A sinistra il bancone con il computer e la cassa e alcuni oggetti curiosi, segnalibri, piccole creazioni artistiche, articoli da regalo. Ma è dove si trova lei che tutto cambia. Oltre il muro le scansie sono tutte basse per lasciare spazio a strutture in ferro, ospitanti delle fotografie, e, sulla parete di sinistra, sopra ad altri libri colorati, un grande albero in legno dal quale penzolano tanti animali di pezza.
Lei è chinata; capisco che sta raccogliendo qualcosa. Si gira verso l’ingresso, verso di me, si alza e sistemandosi un ciuffo ribelle sulla fronte avanza verso di me.
“Andrea, che sorpresa!! Finalmente sei venuto a trovarmi !!”. Me lo chiede chiudendo leggermente gli occhi e con il suo sorriso. Ma come fa a sapere come mi chiamo?, lo chiedo a me ma non a lei.
“Beh … si … ma non è stato facile trovarti. Bello qui” rispondo impacciato.<
"Trovi? A me piace dire che è strano”
"In effetti c'è qualcosa di insolito”
"Vieni, ti faccio vedere”. La seguo e entriamo nello spazio aperto.
"Alle pareti mi piace ospitare fotografi, pittori, illustratori, che abbiano voglia di mettersi in gioco. Le sedie che vedi in file sono per le presentazioni e l'angolo a sinistra, sotto l'albero è per i bambini. Mi piace che possano curiosare tra i libri, toccarli, sedendosi sui tappeti, sui cuscini, e che semplicemente si divertano con i giochi sui tavoli.”
Lei parla e i suoi occhi splendono, sempre di più, probabilmente con le immagini dei suoi racconti che le sfilano nella mente.
I rintocchi del campanile del duomo, ci ricordano che sono le 12,30. Il mio telefonino mi ricorda che ho un mondo che non mi abbandona. Mi chiama da dentro la tracolla; decido di lasciarlo sgolare.
"Cavolo”, esclama, “già la mezza? Mi fai compagnia per pranzo? oggi non ho voglia di pranzare nuovamente da sola”
Non mi rendo conto se le rispondo veramente o solo nella mia testa ma il suo “bene, allora andiamo” non mi concede altre repliche. La precedo all’esterno e l’aria ora non è più fredda come in precedenza, lei prende il suo cappotto nero appeso dietro al bancone, spegne le luci, esce e chiude. Non posso non ammirare che è bella come sempre, solo qualcosa è fuori posto, qualcosa manca. Infilo la mano nella tasca della giacca e tiro fuori il suo basco rosso.
“L’ho trovato alla fermata, dentro ad un pozzanghera, una mattina di tre giorni fa in cui sono rientrato più tardi dalla corsa”
Lei lo prende nelle mani, lo accarezza, lo annusa e lo indossa.
“L’hai lavato!! Che gentile!!”
“dove andiamo?”
“Vicino. C’è una trattoria, di quelle vecchie con i tavoli in legno levigati da migliaia di consumazioni. Conosco i gestori da quando ero una bimba che non camminava ancora”.
Le cammino al fianco pensando che persino il McDonald’s sarebbe perfetto.

Continua ….

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...