La ballerina dal basco rosso – 1a parte


La ballerina dal basco rosso, di Andrea Ferrari – Racconto in PDF formato A5

Ore 7.00
Guardo fuori dalla finestra e quello che non vedo mi preoccupa, mi inquieta.

Là, fuori, la nebbia lascia intravedere in fondo alla strada, illuminata dalla luce giallognola di un lampione, una piazzola a livello marciapiede, coperta da una tettoia trasparente, da cui spicca, forte, la colonna colorata, rossa, che sorregge la scritta gialla “autobus”
Lei dovrebbe essere lì.
Dovrebbe. Ma da alcuni giorni non la vedo.
Il mio respiro appanna il vetro freddo all’esterno per il vento che sta per portare la neve.
Mi giro verso l’interno della cucina, appoggio la tazza sul tavolo e comincio a rigirare lo zucchero nella spremuta, continuamente, in un vortice ipnotico.
Ora la nebbia davanti a me è il mio respiro, affannato, che cerca disperatamente di tenere il passo delle mie gambe lungo l’ultima salita prima di casa. Il cuore, regolare per tutto il tragitto ora è nelle mie orecchie, monito ed incitamento insieme. Il sudore, raccolto da una fascia sulla fronte, riesce a penetrare e scorrere lungo la schiena.
Mi piace correre di mattino presto, immaginando la compagnia degli alberi che dai lati della strada scuotono i rami al mio passaggio, seguendo il corso del canale, con la strada provinciale là in basso, tanti piccoli animali impauriti si nascondono, un continuo saliscendi che mi permette di osservare il mondo attorno a me che piano piano ritorna alla vita.
Incrocio personaggi che posso considerare conoscenti, come la signora che apre le imposte della camera per appoggiare fuori le lenzuola, il vecchio con il cane al guinzaglio, il fornaio che inizia il suo giro di consegne avvolto dalle fragranze dei pani usciti dai forni.
E, da un anno, incontro lei.
Proprio quando sto per arrivare a casa, lei scende lo stradello di fronte al mio cancello per recarsi alla fermata dell’autobus. La vedo scendere verso di me. Non ricordo come era vestita la prima volta che la vidi, solo il suo passo tranquillo, una borsa di cotone grezzo verde, ma, soprattutto quel basco rosso che spiccava, potente, nel grigiore della giornata, forte come il sorriso che mi aveva offerto quando l’incrociai, potente come il delicato profumo che emanava.
E così, ogni giorno, io arrivo e lei parte.

Ore 7.05
Il trillo del timer del forno mi ricorda le fette di pane che ho messo a tostare. Lo spengo, apro lo sportello, appoggio le tre fette su un tagliere di legno e comincio ad imburrarne due, sulle quali, con un cucchiaio, cospargo le confetture, di ciliegia e prugna. Sulla terza è miele d’acacia a stendere un lieve velo dorato. La mordo osservando ancora una volta fuori, ma la speranza muore dentro nel non vedere, nuovamente, lei.
Altre volte è capitato di non vederla, ma sentivo che c’era.
E’ capitato quando era arrivata l’estate, il caldo, che mi aveva portato ad uscire prima, quando il fresco della notte era ancora presente nell’aria. Ma non avevo resistito, dovevo vederla. Così, nonostante il caldo, ripresi ad uscire al solito orario e lei, puntuale, compariva con il suo inseparabile basco rosso. Sempre presente, a volte in testa, a volte all’interno della tracolla da cui, prepotente, faceva capolino, come a dire “Ci sono anch’io!!”.
Lei mi appariva sempre più bella.
Avrei voluto accarezzarle i capelli neri, a caschetto, avrei voluto nasconderle il sorriso con un bacio, assaporare il suo profumo dolce, avrei voluto dirle che per me era importante. Mi sarebbe bastato chiederle il nome.
Ma più il tempo passava e meno avevo il coraggio parlarle, nonostante avvertissi che alcune cose ci legavano. Lo intuivo dai libri che leggeva, dalla musica che usciva dal suo Ipod, mentre aspettava l’arrivo del mezzo che l’avrebbe portata lontano da me.
Il passare delle stagioni me la mostrava in tanti aspetti diversi, a volte elegante, a volte sportiva, seria e sbarazzina e ogni volta io ne mettevo un pezzetto nella memoria del cuore, cassetto che ogni tanto aprivo per assaporarla durante il giorno, luogo in cui è conservato l’attimo in cui mi ha salutato, quotidiano passante, a cui non ho potuto che offrire un impacciato e ansimante “salve”.

Ore 7.15
Fuori le foglie ingiallite vengono ancora trasportate dal vento, la nebbia non si è alzata e la piazzola si è animata di studenti. Ma lei non c’è.
Sono confuso, getto il bicchiere e il tagliere rabbiosamente nel lavello, mi appoggio al davanzale e guardo fuori, perso.
Decido di uscire, prendo giacca e borsello e sono in strada.
Sento il freddo entrarmi dentro mentre mi incammino verso la pensilina che ora accoglie altre persone. L’animo è però riscaldato dal gonfiore della tasca destra, la tocco, l’accarezzo, è con me.
Mi tengo leggermente in disparte mentre due occhi luminosi si avvicinano e la bocca di Caronte si spalanca per condurmi in un viaggio di cui non conosco la destinazione.
Ragiono sul gesto stupido che sto facendo. Non so dove devo andare, cosa spero di ottenere. Solo la speranza di trovarla.
Mi siedo e appoggio la fronte sull’enorme finestrino; faccio da spettatore di quanto mi scorre a fianco. La nebbia si sta sollevando dai campi ricoperti di brina che prendono possesso degli spazi lasciati liberi dalle prime colline appenniniche, mentre i primi colori dell’alba sostituiscono, piano piano, il mantello della notte.
File di automobili viaggiano in direzione contraria, portando gente stanca verso lavori necessari ma, lo si capisce dagli sguardi persi, distratti o sconfortati, non amati. Altre ci sorpassano e io avverto l’astio dei conducenti in colpevole ritardo.
Suona un telefono, il mio telefono. sul display compare numero e nome di un cliente.
“cheppalle”, penso “anche al sabato? Anche a quest’ora?”.
Decido di farlo tacere non accettando la chiamata.
Lungo il tragitto altra gente che sale, altre soste.
Altri studenti chiassosi e incoscienti, pendolari assonnati, anziani, stranieri; ognuno di loro sembra trovare il punto esatto in cui sistemarsi, il suo spazio o il suo gruppo.
Seduto in un sedile centrale, capisco di trovarmi esattamente a metà strada, ho perso la spensieratezza dei giovani alle mie spalle, sulle poltrone in coda, ma mi manca qualcosa per essere la davanti, con i bambini, ad osservare curiosi la vita che ti viene incontro, a fianco di anziani che la strada la conoscono benissimo
Io continuo a chiedermi cosa ci faccio qui. Me lo chiedo anche quando osservo la gente incamminata sul lungo fiume, racchiusa in giacconi e cappelli di lana, a piedi o in bicicletta, ognuno con una personale meta da raggiungere.

Ore 8,00
Il suono del campanello di chiamata, ma non c’è nessuno vicino alle porte. Non capisco chi abbia suonato ma decido che è la mia fermata.
Mi alzo e mi avvicino alle porte scorrevoli mentre l’autobus si ferma. Un sobbalzo e l’uscita si spalanca.
Sono l’unico a scendere.
Ad accogliermi è comunque un vento gelido, mentre una fetta di sole basso e pallido, che si insinua tra gli alti palazzi, illumina la zona del mercato coperto una decina di metri sotto di me.
Alzando il bavero del giubbotto, mi avvicino alla balaustra per osservare; sono vari anni che non passo di qui e molto è cambiato. Decido di percorrere le scale laterali e di addentrarmi all’interno della piazza.
Chissà, magari con questa nuova copertura fa anche meno freddo che in alto”.
Mi sbaglio. L’aria penetra senza problemi al di sotto dell’enorme campana sintetica, si incanala e la sento più forte.
Cerco di attraversare veloce lo spazio che mi separa della scalinata principale che riporta in alto, verso la via centrale, la zona in della città.
Con la mano stretta attorno al colletto, osservo i negozi della zona centrale del mercato; ora non sono più tristi baracche metalliche ma calde strutture in legno animate dai mercanti di alimentari e dagli acquirenti. Noto che i primi sono quasi tutti stranieri, cinesi per lo più, mentre gli altri, quelli che credono di fare affari, sono perlopiù italiane, con la pelliccia e le scarpe sporche. Qualcosa pare aver stravolto il mondo.
Risalgo i gradini a coppie attraversando il mio stesso respiro e mi ritrovo all’inizio della via e del suo porticato di sinistra. Oltre la strada, l’altra fila di colonne a sorreggere i piani di uffici e appartamenti, protezione per le vetrine dei negozi che stanno aprendo solo ora.
Motorini, biciclette e autobus mi passano davanti arrivando dalla piazza in fondo, unico punto di luce tra le ombre del centro.
Inavvertitamente urto una signora; le chiedo scusa e mi accorgo che stava uscendo da un bar. L’ampia vetrata mi mostra un luogo che sa di antico, di storico. Tavoli e scranni in legno massiccio, come l’ampio e imponente bancone. Tutti ancora austeri e importanti.
Ad attirare la mia attenzione sono dei piccoli involucri rossi che i camerieri abbinano ad ogni consumazione.
Curioso, entro.
Il tepore è piacevole, anche se il vociare degli altri avventori mi da fastidio.
Osservo nelle vetrine la disposizione di paste e dolci, traboccanti di creme, marmellate e cioccolata di cui ora ho molta voglia.
Ordino un cappuccio, un bombolone gonfio di crema marrone e mi siedo ad un tavolino libero nell’angolo opposto all’ingresso. Pochi minuti e un cameriere in camicia bianca e corpetto nero appoggia davanti a me la mia seconda colazione.
Non posso fare a meno di chiedermi quanto mi costerà un simile servizio.
Non ho fretta per una consumazione che è solo golosità, non fame.
Diventa anche desiderio quando afferro tra le dita la bustina rossa, la riguardo e scopro che ogni mattina, nell’ultimo anno, ho visto mani delicate aprirla, prenderne il cioccolatino all’interno per portarlo verso una bocca ansiosa.
Desiderio di scoprire se anche lei ogni mattina si ferma qui, di sapere a quale posto si siede, magari lo stesso che ho scelto io.
chissà se anche lei è golosa come me?”
Ripongo la bustina nella tasca della giacca, la stessa in cui trovo lei quando ho bisogno di conforto.
Mangio la pasta, “molto buona”, bevo il cappuccio ”non è certo il miglior espresso”, pago ed esco.
Ancora aria fredda, ma un sole più deciso e molta più gente in giro.

Ore 9.00
Non ho la benché minima idea di dove andare.
finora non hai deciso niente”, mi dico “Hai solo accettato gli eventi. Continua, no?!?!”
La piazza in fondo alla via continua ad essere l’unico punto luminoso.
Mi incammino.
Attorno a me i negozi iniziano a prendere vita con le serrande che alzandosi spalancano gli ingressi di locali sempre più illuminati e traboccanti futilità.
Io continuo ad avere freddo al collo e maledico la mia stupidità di essere uscito senza nulla con cui coprirmi meglio.
Mi fermo ad osservare un vetrina. Lo vedo davanti a me, addosso ad una donna candida senza testa. Nero, caldo, leggermente cresposo nel suo essere di lana grezza.
Il suo cappotto.
Ne sono certo, è uguale a quello che indossava l’ultima volta che l’ho vista incamminarsi verso la piazzola degli autobus.
Il manichino allunga verso di me le sue braccia, le mani rivolte con i palmi in alto mi offrono una sciarpa. E’ rossa, come il suo basco.
Entro e mi dirigo dalla commessa.
Lei mi sorride, “come sorride a tutti”, penso.
“Voglio la sciarpa in vetrina”
Lei premurosa e servizievole pare applaudire alla mia scelta ed inizia a spiegarmi di che marca è, come è fatta, il tipo di lavorazione.
“Guardi, sinceramente non me ne frega niente. Solo la voglio per mettermela.”
Lei un poco stizzita e offesa, forse più per la mia interruzione alle sue dissertazioni che altro, me ne offre una dallo scaffale.
“Non ci siamo capiti. Io voglio quella in vetrina vicina al cappotto. Non ne voglio altre, voglio quella”.
La commessa, sempre con un sorriso tirato, la prende e la appoggia sul banco.
Io la indosso mentre le porgo la carta di credito, firmo la ricevuta ed esco.
Nuovamente trilla il telefono. Ancora un cliente, uno diverso da prima. Premo “termina” per troncare sul nascere ogni conversazione.
Con la sciarpa al collo e le mani infilate in tasca, procedo nella mia camminata senza meta, lasciando che altri negozi facciano da sfondo al mio passaggio. In nessuno di loro ho trovato altre tracce di lei. Ogni tanto mi fermo a curiosare, ansioso, se dietro ai ripiani delle vetrine mi possa apparire lei. Non so che lavoro faccia, non so neppure se sono nel luogo giusto, ma la cerco, nascosta tra borse, a risplendere tra gioielli, pronta a consigliare neo-mamme incerte sui passeggini. In altri momenti vedo caschetti neri servire del pane e sorrisi cortesi preparare dei pacchetti.
Ma nessuna è lei. E così continuo a vagare.

Continua ….

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Un pensiero su “La ballerina dal basco rosso – 1a parte

  1. E’ meraviglioso il modo in cui scrivi e riesci a tasmettere le emozioni.
    Sono piacevolente sorpresa.
    Mi presento sono aquarius e….sono una ballerina.
    Il mio basco è nero e la mia borsa di cotone grezzo è rosa.
    Complimenti continuerò a seguire le tue storie, hai un gande talento!

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