Sono cieco

Sono cieco – Racconto in PDF formato A5

Sono cieco e ho accettato consapevolmente di diventarlo.
Mi è stata proposta questa menomazione e io l’ho accettata.

Ora il mio mondo è un orizzonte bianco, tramato, i cui piccoli contorni grigi sono rugosi come la stoffa di cotone che mi copre gli occhi.
Nella mia mano sinistra il calore della stretta della mia guida, la presenza della persona che mi conduce nel gioco.
Mi fido di lei, la seguo nel suo indirizzarmi all’interno della stanza. Con la mano destra sfioro gli oggetti che incontro, ne sento i bordi lisci dagli spigoli arrotondati e metallici, la superficie dalle piccole ondulazioni a fingerne la trama di legno. Tavoli laccati.
Attorno sussurri e risatine accompagnano i miei passi; sorrido anche io e continuo a perdermi dentro il labirinto immaginario finché non arriviamo alla meta.
Lì, immobile, afferro quanto lei mi pone nelle mani.
Sono dei boccetti, piccoli, freddi, alcuni con molte facce, altri tondi.
Sono tre e me li passa uno alla volta, dopo averli stappati.
Devo annusarli, studiarne l’odore ogni volta diverso, ora acido, ora dolce, ora delicato o pungente, e infine accettarne gli stimoli, cercando anche di capire di che prodotto si tratta.
Terminata la raccolta di odori è lei a farmi da filo di Arianna, riconducendomi al mio posto, mentre la mia mente è alla ricerca di simboli da accostare alle essenze odorate.
Mentre mi siedo, mi tolgo la benda e la luce stanca di un sole invernale mattutino mi mostra una stanza dalle pareti sabbiate, delle arcate sorrette da colonne rotonde in mattoni e un pavimento a lastroni grandi in cotto,che mi riportano alle mie origini contadine; attorno ad un tavolo altre persone aspettano di compiere gli stessi passi. A turno, anche loro vengono bendati e condotti verso quella che è una scoperta di se stessi.
Sento la comune ispiratrice dire: – l’olfatto è il senso che più è legato hai ricordi-.
Ripenso al significato di questa esperienza e di queste parole; stringo leggermente le palpebre e dentro di me rido al pensiero che l’odorato sia il tramite sensoriale per il recupero dei ricordi, l’amo con cui pescare il nostro vissuto per riportarlo in superficie.
Mentre sono seduto, immobile davanti ad un foglio bianco con la penna che gira vorticosa ed inutilizzata tra le mie dita, trovo ironico tutto questo perché io, spesso, sono cieco anche dentro di me. Ho grossi problemi con i ricordi esattamente come mi è complicato sopportare gli odori; in entrambi i casi sono solo forti mal di testa a rimanermi dentro.
E così, mentre dovrei cercare di congiungere i collegamenti sinaptici tra profumi e vissuto, la mia mente vaga alla ricerca di possibili strutture narrative, di luoghi e di persone, che mi permettono di riordinare le sensazioni in un racconto plausibile e di riempire, così, il vuoto.
E qualcosa nasce, mentre scorro il pollice sulla punta delle dita impregnate da una delle sostanze profumate, poche gocce oleose che continuano a sprigionare un odore dolciastro. Mi si presenta un luogo in cui potrei ritrovare il tutto e il niente insieme.

– Perché sono qui?-, disse l’uomo, -Beh, è molto semplice, banale. Ma forse è più importante capire da dove è nata questa voglia che mi ha portato a voi.-
Dette queste parole, guardò la sua platea, perlopiù composta da bambini e si asciugò il sudore con il fazzoletto che teneva nella tasca dei pantaloni di tela grossa. Grosse chiazze già tatuavano la camicia sotto le ascelle e sulla schiena. I piccoli, quasi tutti a torso nudo e con indosso vecchi pantaloni corti, sembravano non risentire della temperatura e dell’afa che, anche quella giornata, il sole offriva.
Lo spazio in cui si trovavano era, come sempre, limitato, quattro pareti spoglie, ognuna con una apertura sullo spiazzo esterno, protette da un soffitto di paglia
I bambini, seduti sul pavimento in terra, lo osservavano incuriositi, in attesa.
Una tenda, alle spalle dell’uomo, fu scostata e una donna dalla pelle dello steso colore dei bambini entrò; reggeva un libro e lui la invitò a sedersi al suo fianco, sulla panca.
La ragazza era avvolta in uno lungo abito tinto dalla sabbia su cui correvano tante gazzelle verdi , che lasciava scoperte solo le spalle, anche il capo era avvolto in un turbante dello stesso tessuto, il prolungamento del vestito stesso; si sedette e sistemò il volume sulle sue ginocchia; ne percorse un attimo con le mani la copertina in finta pelle nera, accarezzò la scritta del titolo, fatta a mano, dorata, e l’aprì alla pagina segnata da un filo di stoffa.
L’uomo la osservava, felice di averla al fianco e come sempre era rapito dal profumo dolciastro, caramelloso, degli oli da lei usati sul corpo e che l’avvolgevano delicatamente.
Lei gli sorrise e si tolse il copricapo: una cascata di trecce nere scese sulle sue spalle, ognuna chiusa da una perlina colorata; involontariamente l’uomo si passò la mano nei sui capelli grigi, corti e lisci prima di accettare da lei quello che, in realtà, era un grosso taccuino.
L’uomo guardò i bambini, e vide che il sorriso di tutti era una luce bianca che rischiarava il colore scuro dei volti; essi erano lì, in attesa che una nuova magia cominciasse. L’uomo si chinò appoggiando i gomiti sulle ginocchia e unì le mani, divise solo dal libro.
– Ascoltatemi bene. Oggi vi racconto una novella, che io scoprii tempo fa e che ha permesso che io diventassi la persona che sono oggi, ha fatto si che io decidessi di venire a trascorrere del tempo in vostra compagnia.
Per voi oggi sarò un cantastorie-.
L’uomo si fermò un momento, permettendo alla giovane di tradurre quello che lui aveva detto per tutti i bambini che non parlavano l’inglese, ma solo il loro idioma.
In quel momento si accorse che qualcosa era cambiato nell’aria, molto del calore era sparito, sostituito da una brezza che da sud gli portava, attraverso i varchi aperti, il pungente sapore salmastro dell’oceano.
Anche il paesaggio intorno sembrava beneficiarne, con gli alti rami d’acacia che si scrollavano il torpore delle ore più calde, con grosso disappunto dei golosi maschi di giraffa con le femmine che, imperturbabili, continuavano a ruminare la bassa erba gialla

– Che fastidiosa aria fredda -.
Mi guardo attorno e noto che una delle finestre in alto,dalla cornice in ferro e la forma a goccia, che permette di vedere le gambe dei passanti, è aperta.
I miei compagni di corso non sembrano disturbati e frenetici, continuano a riempire di personali emozioni i loro quaderni.
Mi alzo per chiuderla e nel farlo mi entra dentro il nervosismo che quotidianamente avvolge la nostra società; lo vedo nel passo svelto e convulso delle persone, lo sento nell’invadenza dei clacson, delle urla e nel silenzio dei saluti; mi stupisco sempre nel riscoprire che un “ciao” è sempre mancante tra le persone.
Blocco la finestra con il fermo, mi risiedo e nel rimettermi a scrivere, sento che devo godermi al meglio questi momenti che ho deciso di dedicare a me stesso.

L’uomo aprì il taschino della camicia sganciandone il bottone ed estrasse un contenitore metallico, liscio, lo aprì e ne prese il sacchetto di stoffa che vi era contenuto. Ripose il contenitore al suo fianco, sulla panca, slegò le cordicelle che chiudevano l’apertura del sacchetto e ne tirò fuori degli occhiali con montatura in osso nera e verde e lenti quadrate; divaricò le stecche e li inforcò.
L’uomo riportò l’attenzione sulla sua giovano platea e iniziò a raccontare.
“In un paese del lontano nord, viveva una persona dall’animo triste. Da tutti costui era sempre stato considerato un saggio, ma ora si sentiva inutile. Ora tutti consideravano le sue parole vecchie, inadeguate.
L’uomo saggio era stato per tanto tempo l’insegnante della scuola del paese e con cura e dedizione aveva cercato di trasmettere ai sui alunni, la passione per la scoperta, la voglia di apprendere e di migliorarsi.
E per tanti anni c’era riuscito, permettendo a tanti bambini si farsi uomini buoni e onesti.
Ora, però, il mondo intorno a lui stava cambiando.
La gente era più felice perché le condizioni di vita erano più sicure; tutti avevano un lavoro, una casa, una famiglia tranquilla, la possibilità di curarsi meglio e le difficoltà sembravano superate.
Questo però, aveva portato con sé insofferenza verso quello che ricordava un recente, difficile, passato. Si erano talmente abituati alla nuova condizione, da rimuovere le idee alla base dell’attuale benessere.
Non solo.
Guardavano con sospetto ciò che avrebbe potuto alterare la nuova situazione.
Per questo chi era diverso li turbava.
Un giorno arrivò al villaggio un abitante dei territori del sud. Era stanco, sporco, con gli abiti rovinati. Alla sua vista la gente si girava, ne scostava la mano che chiedeva aiuto.
Il vecchio insegnante si avvicinò a lui, accovacciato a fianco di un muro, si chinò e lo guardò negli occhi. Dopo un tempo interminabile per lo straniero, l’uomo saggio gli sorrise e lo aiutò a rialzarsi. Gli chiese come si chiamava, e lo accompagnò a casa sua. Lo fece lavare, lo vestì con degli abiti che non usava da anni.
Il viandante, deriso e umiliato per tutto il viaggio, commosso e stupito, non sapeva come poter ricambiare tanta bontà. L’uomo saggio gli disse semplicemente di sedersi al suo tavolo, di magiare quel poco che era riuscito a preparare e di narrargli la sua storia.
Durante la cena, il viandante raccontò di essere partito da un lontano villaggio, dove la gente era povera e, con molte difficoltà riusciva a sfamare i figli e non sempre ci riusciva.
Piangendo, parlò della famiglia che aveva lasciato, con la speranza di poter loro inviare dei soldi una volta arrivato nelle regioni del nord, terre che i missionari indicavano come ricche e foriere di vita migliore. Ben presto, però, si era reso conto di quanto la realtà fosse diversa. Nel risalire i territori aveva incontrato zone sempre più ricche, ma per lui, incontrava sempre meno possibilità. Più risaliva e maggiore era la diffidenza e l’ostilità che avvertiva sulla sua pelle. L’unico desiderio che ora celava nel cuore era la voglia di riabbracciare la sua famiglia.
L’uomo saggio chiese al viandante di indicargli il posto in cui si trovavano i suoi familiari e il percorso che aveva fatto per arrivare sino a lì. Alla fine gli disse di andare a dormire tranquillo, una soluzione si sarebbe trovata.”

– … no, tranquilli. gli scritti non è necessario terminarli oggi-.
Guardo l’insegnate che sta raccogliendo i suoi fogli dal tavolo e miei compagni di lavoro che, sollevati, iniziano anche loro i preparativi per rientrare a casa per il pranzo. Li osservo mentre ripongono i fogli in quaderni o in carpette che finiscono dentro capienti borse in stoffa, indossano i giubbotti che per un paio d’ore hanno sonnecchiato avvolgendo gli schienali imbottiti delle sedie ed escono.
Decido di rimanere ancora, di sfruttare un pomeriggio libero, sperando che i libri, in ordine sugli scaffali alle pareti, possano essere di ispirazione a me, come lo sono per le altre persone che scorrono le dita sui bordi consunti da mille letture. Fa piacere vedere ancora giovani, uomini e donne, sceglierne alcuni, portarli ad un tavolo, aprirli per immergersi in mondi nuovi, sconosciuti, ricreati in loro dalle parole e dalla loro fantasia.

Il narratore rimase ad ascoltare la musicalità della lingua indigena con cui la giovane permetteva a tutti i ragazzi di apprendere la prima parte della storia. Quando lei si interruppe e si girò a sorridergli, capì che toccava nuovamente a lui.
Decise di alzarsi dalla panca e di avvicinarsi ai bambini.
Chiese loro:-Posso?-
Loro si disposero a semicerchio, al cui interno si sedettero l’uomo e la ragazza.
-Ricominciamo?-.
Undici teste si mossero dall’alto al basso, e lui ripartì.
“Il giorno successivo, di buon’ora, il viaggiatore si alzò dal giaciglio comodo e trovò il padrone di casa in cucina. Con sua sorpresa, l’uomo indossava una robusta mantellina, sopra abiti in stoffa robusta e comodi, adatti per camminare. Non sapeva perché, ma capiva che quell’uomo buono stava per andarsene.
L’uomo gli disse di recarsi presso un suo amico artigiano con cui aveva già parlato, il quale gli avrebbe permesso di lavorare, inoltre quella sarebbe stata casa sua sino a quando lui non sarebbe tornato.
Il viandante era sempre più confuso. Allora l’uomo gli spiegò che, se voleva realmente sdebitarsi, avrebbe dovuto lavorare sodo, vivere in modo onesto, dimostrarsi persona degna; doveva costringere gli abitanti del villaggio a ricredersi.
Detto questo, l’uomo saggio afferrò lo zaino ai suoi piedi ed uscì. Per lui iniziava un lungo viaggio.
Durante la sua discesa verso i territori del sud, incontrò vari villaggi e cittadine; in ognuna si fermò per alcuni giorni, il tempo necessario per trasmettere i suoi pensieri.
Dalla gente dei luoghi veniva sempre accolto con ovvio scetticismo e biasimo, ma poi, ascoltandolo, e vedendolo mettere in pratica i suoi dettami, qualcuno iniziava a ricredersi. In ogni sosta parlava dell’uguaglianza tra i popoli, dell’importanza di comprendere la propria storia e quella di altre realtà; insegnava che tutte le persone sono come fogli bianchi che devono accettare di essere sporcati dal nero dell’inchiostro se vogliono realmente compiersi.”

Lo stomaco brontola; controllo l’orologio sul telefonino e mi accorgo che l’ora di pranzo è passata da un bel po’.
Mi stiracchio, mi alzo, penso che qualcosa devo pur mangiare.
Raccolgo i miei appunti, l’infilo all’interno della borsa a tracolla, indosso il giaccone imbottito mentre percorro le varie stanze, piene di tavoli e studenti impegnati e, spingendo il grande maniglione anti-panico, attraverso la grande porta a vetri ed esco dalla biblioteca.
Fuori l’aria è decisamente fredda, un principio di inverno in una mattina di inizio autunno.
Mi piace qui. Le alte colonne in pietra lavorata sorreggono il portico che corre lungo l’intero edificio; le mura racchiudono un grande cortile in ghiaia con, al centro, una fontana; il cui disegno, una vasca rettangolare in granito con all’interno altre tre vasche concentriche da cui zampilla l’acqua, risulta decisamente moderno rispetto al sapore di antico, di storico, che la vecchia corte restaurata trasmette.
-chissà se il contadino che una volta viveva qui, avrebbe gradito quest’intrusione …-, penso.
Percorro il porticato in direzione dell’unica uscita; nel momento in cui esco sul marciapiede, una folata gelida mi costringe ad alzare il cappuccio, con il bordo in pelo che mi chiude la vista.
Attraverso la strada e mi dirigo verso lo spiazzo antistante, parodia in chiave moderna della struttura da cui sono uscito: una piazzetta asfaltata contornata da un porticato in cemento rivestito di mattoni che protegge le vetrine dei negozi.
Mi dirigo verso l’unico bar, entro e ordino: -Un panino al prosciutto e un succo, grazie-.
Ritiro il pranzo e mi accomodo in un angolo, con le spalle al muro su una poltrona in finta pelle, nera, dal telaio in tubi di acciaio, appoggiando il cibo sul tavolo in finto legno chiaro. A guardarmi bene attorno, tutto mi pare soffrire di un tentativo inutile di assomigliare a qualcosa d’altro. I materiali lucidi, scuri o a vetri, l’arredamento minimale, tutto spigoli, mi appaiono come delle timide riproduzioni di luoghi e atmosfere che non sono nostri, quotidiani. Solo la macchina del caffè, con i suoi metalli opachi, usati, mi pare vera.
Osservo il panino e non posso non chiedermi se anche pane e prosciutto non siano finti.
Li addento e, con piacere, riscopro il sapore forte e leggermente salato del pane integrale, con i suoi piccoli granelli, che si mischia al dolce del salume stagionato.
Sollevato estraggo i miei appunti e ricomincio a scrivere.

Ormai l’uomo era sempre più preso dalla sua parte e con enfasi e ampi gesti, sottolineava i passi del suo protagonista.
I bambini lo guardavano estasiati, con gli occhi sgranati e l’espressione incredula. Ridevano quando la voce del cantastorie si faceva leggera, squillante. Si incupivano quando si trasformava in roca e profonda, triste.
“L’uomo saggio, in ogni paese, villaggio o città che attraversava, riusciva a trovare delle persone disposte ad aiutare gli stranieri meno fortunati, ma volenterosi, a trovare un lavoro.
Spesso si trattava di impegni faticosi, da manovali, che la gente del posto non sembrava più disposta a fare.
Dopo tanto peregrinare l’uomo saggio giunse al limitare della costa, un promontorio di roccia bianca a picco sull’acqua salata. In lontananza, il cielo terso permetteva di scorgere i rilievo dei territori del sud. A separarlo dalla sua meta, solo una lingua azzurra che congiunge il mare calmo all’oceano irrequieto.
L’uomo saggio chiuse gli occhi e si riempì del corroborante profumo marino che il frangersi delle onde sulle rocce portava fino a lui, lo poteva gustare sulle sue labbra.
Tutto attorno i gabbiani giocavano a danzare al suono di uno strumento a fiato, assecondandolo, cantandoci assieme.
L’uomo saggio riaprì gli occhi per scoprire da dove arrivasse quella nenia dolce, malinconica; vide, poco distante da lui, una figura esile, accovacciata sul bordo della scogliera.
Le si avvicinò.
La figura, vestita di una tunica gialla, con tanti animali verdi che si rincorrevano, smise di suonare, si alzò e una splendida ragazza dalla pelle d’ebano si mostrò a lui.
Lui non fece in tempo a chiedere, che lei rispose ad una domanda che viveva solo nella sua testa: -Ti stavo aspettando-.”

Sorseggio l’ultimo goccio di succo di frutta.
Nei tavoli attorno vedo radunato un piccolo spaccato di mondo
Adolescenti omologati nell’abbigliamento e forse nei pensieri, eleganti uomini d’affari protetti dai loro cappotti che si mostrano molto interessati a donne che non nascondono la loro voglia di carriera, anziani attorno ad un tavolo che imprecano contro i potenti mentre l’asso di briscola cala prepotente a richiedere il dovuto.
Microcosmi separati che trovano improvvisa unione quando all’interno del locale entra un mendicante; sulle spalle una enorme borsa trabocca paccottiglia, sul viso un sorriso aperto è spento da occhi tristi. Vedo il padrone del bar cambiare espressione, farsi duro, posare le tazze che attendono solo di essere asciugate per tornare a fare quello che è stato deciso per loro, è pronto a mostrare tutta la sua fermezza in difesa di quella clientela che si crede minacciata
“Scusa, per caso vendi dei fazzoletti di carta?”. Il mendicante, perplesso, mi osserva.
“Si tu! hai carta per il naso?”
Mentre lui, incredulo, si avvicina al mio tavolo, sento su di me tutta la diffidenza degli altri avventori. Improvvisamente i giovani non fanno più casino sugli sgabelli, gli affaristi dimenticano i loro sogni erotici, i vecchi si trincerano dietro ad un “ai me’ temp ..” che sa di tristezza non superata.
Il poveretto appoggia il suo avere sul piano, lo apre mostrandomene il contenuto.
Estrae un pacco di confezioni di fazzoletti e chiede”Amico, vuoi questi?”
“Si. Quanto?”
“10 euro”
“Guarda che sono buono non stupido. Al massimo te ne do sette se mi dai anche quella piccola giraffa intagliata che hai li dentro”
“No, amico, poco”
“Sicuro che poco?”
Lo osservo, ci guardiamo e capisco che non è il caso di esagerare.
“Ascolta, te ne do dieci se, prima di uscire vai al banco a prenderti qualcosa”
Lui si mette a ridere. Prende i soldi, mi lascia la confezione e la mia giraffa in legno.
Nell’avvicinarsi al bancone, sempre ridendo, sembra Mosè, tanto il suo percorso si apre. Ordina, non capisco cosa. Il padrone di casa mette qualcosa in un sacchetto e lo appoggia sul piano divisorio in marmo, togliendo la mano molto prima che l’altro afferri l’involucro.
Mentre il mendicante apre la porta, si gira verso di me e, impettito in una posa marziale mi saluta ed esce.
Quando la porta si richiude pare che un incantesimo si rompa e ognuno riprende la vita temporaneamente interrotta.
Anche io ricomincio a scrivere mentre immergo il naso in uno dei miei fazzoletti nuovi.

“L’uomo saggio ammirava stranito quella figura ritta di fronte a lui. La sentiva come una persona che per tutta la vita aveva cercato ma che solo ora, da vecchio, aveva trovato.
La giovane gli stava lasciando tutto il tempo che a lui serviva perché si convincesse che quello che aveva udito era la realtà.
– Cosa vuol dire che mi aspettavi?
– Solo quello che significa. Io attendevo il tuo arrivo. Non devi chiederti perché, o come. E’ semplicemente così
La ragazza gli si avvicinò e posò le sue mani attorno al viso rugoso e ispido dell’uomo saggio. Gli sorrise e disse:
– Il tuo compito qui è finito, quello che potevi fare l’hai compiuto: hai seminato e qualcuno altro, forse, raccoglierà. Ora verrai con me nelle mie terre dove c’è bisogno di persone con il tuo animo e, soprattutto, con la tua voglia di insegnare. Chiudi gli occhi e vedrai che tutto si farà chiaro.
L’uomo saggio, fiducioso abbassò le palpebre e mille immagini gli si aprirono. Vide i suoi passi a ritroso e scoprì che gli stranieri cominciavano ad essere accettati dalla popolazione, lavoravano, scherzavano, collaboravano, denunciavano chi non rispettava le regole.
Si commosse, alle lacrime del suo straniero abbracciato ai suoi figli e alla moglie che lo avevano raggiunto nella sua grande casa.
Molti, però, continuavano a conoscere la cattiveria e la falsità degli uomini, i quali approfittavano della situazione per sfruttarli. Ma quello che più ferivano loro e l’uomo saggio, era l’indifferenza con cui parte della popolazione sembrava accettare la cosa.
Ma qualcosa, piano piano, stava cambiando, semi che iniziavano a germogliare, che sarebbero diventati delle piccole piante che, con il tempo, avrebbero preso consistenza e, forza. Il tempo era l’unica cura per la sua gente. Il tempo che avrebbero passato con il diverso, soprattutto il tempo che i loro figli e i loro nipoti avrebbero condiviso insieme all’altro, sino a quando il giorno e la notte non si sarebbero uniti nel bacio di due innamorati.
All’improvviso si accorse che la brezza, alle sue spalle, ora gli portava l’odore dell’erba seccata dal sole e gli afflati di fiere.
Riaprì gli occhi per immergersi ancora in quelli neri della ragazza. Si sentiva stranamente bene, nuovamente forte, pieno di energia. La sua terra, il mare, il suo passato, tutto era alle spalle.
– Vieni, andiamo.
Era una mano giovane e forte, quella che ora stringeva le delicate dita della guida.

L’uomo si accorse che la sua camicia verde aveva ormai dimenticato di essersi bagnata di sudore.
In piedi a guardare la distesa di terra brulla, ascoltava la donna. Aveva lasciato a lei il compito di terminare il racconto. Ancora una volta non capiva quello che stava dicendo, ma intuiva, osservando ora le espressioni dei bambini, dal loro essere stupiti, confusi, allegri e felici, a quale punto della storia fosse arrivata.
Quando essi si girarono verso di lui e lei tacque, alzandosi per andargli incontro, capì che aveva terminato e toccava nuovamente a lui. Accettò nella sua la mano esile e forte e si fece condurre alla lavagna appesa a fianco della porta. Le lezioni potevano cominciare.

Il locale è ora illuminato dalle luci dei neon al soffitto e attraverso la grande vetrata si riesce ad intravedere un pezzo di cielo rosato che, a fatica, fa capolino tra le arcate del portico.
L’interno è occupato da clienti diversi, intenti a dimenticare, dentro aperitivi, la giornata trascorsa, pronti per una nuova serata libera da pensieri.
Mi passo la mano tra i capelli neri che cominciano ad ingrigire, mi tolgo gli occhiali, mi massaggio gli occhi e rileggo quello che ho scritto mentre sorseggio la bibita che nel frattempo mi sono fatto portare.
Le sensazioni, scaturite dall’odorare le essenze contenute nei piccoli scrigni di vetro, non hanno spostato lo strato di polvere che ricopre i ricordi, ma hanno, forse, aperto una breccia in un muro a me sconosciuto.
E un poco mi fa paura.
Ordino nuovamente i fogli, li unisco con una graffetta e li appoggio sul tavolino.
Mi alzo, indosso il giubbotto e la tracolla.
Mi avvicino alla cassa, pago. Lì c’è il padrone del locale che per resto mi restituisce poche monete e tanto astio.
Esco.
L’aria è meno fredda di prima nonostante il sole sia ormai calato.
Mi incammino.
Giunto al centro della piazza qualcuno alle mie spalle mi chiama.
Mi volto e la vedo uscire dal bar con i miei fogli in mano.
– Perché vuoi abbandonare un pezzo di te?-, mi chiede insieme al dono del suo sorriso.
La sua semplice bellezza mi entra dentro e il mio animo risponde.
I suoi cappelli, raccolti in trecce nascono da un berretto di lana gialla su cui degli animali verdi si rincorrono e sulle spalle spariscono dentro ad una sciarpa con lo stesso motivo. Il suo volto è un iride di colori: le perline e il rosso dei suoi capelli, il verde degli occhi e quelle gote su cui un dio distratto a disegnato una costellazione di efelidi.
– E’ tutto il giorno che ti sono vicina, che sbircio i tuoi pensieri e tra i tuoi scritti.
Mi prende sottobraccio.
– Mi hai incuriosito perché non riesci a nascondere i tuoi pensieri. Oggi ti ho visto bendato e smarrito, sorridente, infastidito della gente e della sua stupidità. E ogni volta che ricominciavi a scrivere, sul tuo volto si leggeva, chiaro, il tuo pensiero.
La ascolto anche se mi spaventa sapere che altri mi possano leggere dentro meglio di come riesce a me. Non riesco a ribattere nulla.
– Non devi aver paura. Io ti aiuterò perché so come sei e mi piace. Insieme qualcosa possiamo fare, perché anche qui c’è tanto lavoro.
Nella mia mano destra ora sento il calore di quella della mia guida.
Decido di fidarmi di lei anche se ora non sono più cieco.

Attendo i vostri commenti
So long
Andrea

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Un pensiero su “Sono cieco

  1. Ciao Andrea, capitata qui per caso tra un tag e l’altro, il tuo racconto mi ha regalato alcuni minuti di piacevole lettura, una rinnovata fiducia e una rinforzata speranza.

    Ti metto nel mio brogroll, per non perdere altri racconti.

    Ciao,
    Emma

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