Giovanni Martini

“Compito: Scegliete tra le riproduzioni di dipinti quelle che vi possono portare a raccontare una storia …” .
Ammetto di aver quasi scelto a caso

Pittura utilizzata come spunto per il racconto

Pittura utilizzata come spunto per il racconto

Quella mattina del 28 giugno l’uomo da tutti conosciuto come John Martin, si svegliò molto presto.
Era solito vedere l’alba in compagnia del gallo, ma quella mattina sensazioni d’inquietudine dentro di lui lo portarono ad anticipare il quotidiano risveglio.
Si mise seduto sul bordo della branda e osservò i suoi compagni ancora accolti dalle braccia di Morfeo. Mentre si alzava un cigolio di molle parve scuotere l’aria. In realtà nessuno lo sentì.
Prese il suo astuccio personale, il catino per l’acqua e, in silenzio, si recò alla pompa per riempirlo.
Sentì sul corpo l’aria fresca della notte che scendeva dalle cime delle Montagne Rocciose, incorniciate da nuvole rosate.
Estrasse un piccolo specchio, che fissò al manico della pompa, il rasoio ed il pennello con cui prima mischiò all’acqua la polvere per la schiuma e poi lo utilizzò per cospargersene il volto.
Iniziò a passare la lama del rasoio e, lentamente, il suo volto comparve da sotto quella barba bianca. solo i folti baffi ed un pizzetto caprino si salvarono.
Si sciacquò con l’acqua gelata e tornò alla tenda per prepararsi.
Verificò l’abito che avrebbe indossato: era tutto in ordine. Stivali in cuoio e bottoni argentati della giacca blu, lucidati, i pantaloni stirati, la fibbia della cintura brillante.
Quel giorno tutto doveva essere perfetto.
Si vestì con calma.
Mentre il sole cominciava a spuntare dalle colline alle sue spalle, prese la tromba che adorava e John Martin, trombettista, suonò la melodia che come ogni mattina riportò le attività al campo.
Passò il tempo del rancio mattutino, dell’adunata e del rompete le righe.
Di lì a poco, si tenne un appuntamento che segnò per sempre la sua vita.
Una luce dorata si sparse dal cielo mentre controllava il suo Springfield, fucile d’ordinanza della sua compagnia, ma i suoi pensieri si persero altrove.
Giunse l’ordine che lo riportò a unirsi ad altri commilitoni. Divisi in due file da dieci, si diressero verso la piccola collina a poche centinaia di metri dalla riva del fiume.
Presero posizione a pochi metri dal luogo in cui, nei giorni precedenti, una furiosa battaglia li aveva visti sconfitti.
Contrapposti a loro altre due file di soldati.
Dopo un intenso discorso del Generale di Brigata, all’ordine degli ufficiali, tutti i soldati alzarono i loro fucili; John Martin attese che quelli della prima fila sparassero per rispondere al comando del suo sergente.
Il suo sguardo perso verso un punto indefinito.

Bang.

Un crepitio di colpì lo investì, le raffiche, continue, incessanti, investivano gli uomini sul fianco della collina che declinava verso il piccolo corso d’acqua.
Intorno a lui vedeva cadere i suoi compagni, mentre le urla di guerra dei guerrieri rossi sovrastavano quelli di pietà dei visi pallidi; a nulla valevano gli sforzi dei soldati; i loro fucili erano inadeguati allo scontro, erano equipaggiati meglio i nemici e in numero maggiore.
John Martin, sull’attenti, faticava a comprendere gli ordini che il suo comandante gli stava impartendo, i suoi sensi erano distratti dagli accadimenti; sentiva addosso uno sguardo che lo scrutava ad indagarne le possibilità di riuscita, ma la sua attenzione andava oltre la chioma bionda, verso pupazzi blu che cadevano al suolo.
“Soldato” gli diceva “devi essere coraggioso, scaltro e fortunato. Devi correre verso le truppe ad est e comunicare loro di raggiungerci o per noi è la fine”.
Si, per loro era realmente la fine e il comandane lo sapeva.
Glielo si leggeva negli occhi in cui il velo del dubbio nascondeva l’abituale superbia; dalla bocca gli ordini uscivano insicuri, quasi rassegnati, mentre su altre giacche blu comparivano sempre più spesso coccarde rosse e nuove marionette si affastellavano le une sulle altre su cui stregoni oscuri appuntavano spilli come maledizioni.
John Martin fece il saluto e si congedò, correndo verso il suo cavallo che, sellato e pronto, lo attendeva ai margini del campo; attorno a lui sfilavano volti amici che temeva di poter solo rivedere nei sogni, un ragazzino gli teneva per le briglie il suo mustang, lo sguardo, su un volto giovane ricoperto di lentiggini, era un misto di supplica e speranza.
Nel momento in cui partiva al galoppo, gli giunse alle orecchie, nitido, l’ordine alle truppe di ripiegare verso la sommità della collina.
La sua uscita dall’accampamento non sfuggì allo sguardo attento degli assalitori, ma, lanciato al galoppo, riuscì a schivare i proiettili che un gruppo, appena uscito dal boschetto sulla riva opposta del torrente, sparò verso di lui.
La sua salvezza era tutta legata alla decisione del nemico di inseguirlo, nel piccolo margine di terreno tra lui e loro; fortuna, caso o destino decisero che l’ordine rivale fu quello di concentrarsi contro gli assediati e, soprattutto, contro il Generale dai lunghi capelli.
John Martin fendeva l’erba della prateria che si stendeva davanti a lui, bruciata dal sole di giugno e mossa da una lieve brezza che sembrava rendere comprensibili i suoi pensieri prima di portarseli via. Quel mare giallastro gli ricordava un altro mare che aveva dovuto attraversare anni prima per giungere in una città che sapeva di vino forte, il cuore coperto da una camicia del colore del sangue. Lontane, le montagne erano simili alla lunga colonna vertebrale che percorreva la sua terra natia e che lui percorse con il sogno della libertà.
Nel correre riuscì, nonostante l’impegno per sfuggire alle vedette indigene, a pensare a quanto era stato stolto il suo attuale comandante.
Stolto e imprudente. pensò John Martin Si è sempre considerato superiore a tutti, novello Achille tra la plebaglia, invece si è dimostrato uno stupido.
Perché cacciarsi direttamente in trappola senza supporto?
Come ha potuto ritenere che i guerrieri pellerossa fossero solo quaranta?
E le mitragliatrici, lasciate al campo perché avrebbero potuto rallentare?
Stupido.
E ora per noi, per loro, è la fine.

La sua corsa fu lunga e difficoltosa in quanto l’altro battaglione era stato costretto a spostarsi per non incappare in un attacco degli indiani e quando ritornò con i rinforzi, ormai il destino della sua compagnia e del suo comandante era compiuto. Non restavano che corpi esanimi in un silenzio irreale.

Bang.

“Seconda fila. Caricate. Puntate. Fuoco”
L’ordine riconsegnò John Martin a quel momento.
L’ultima scarica di proiettili a salve partì.
Dopo non restò che consegna re le bare alla terra.
Il soldato John Martin restò poi a lungo, per decidere il suo futuro, davanti alla fila di croci che segnavano i resti del 7° Cavalleggeri e del Tenente Colonnello George Armstrong Custer.
Seppelliti lì dove caddero, sulla cima della Calhoun Hill, a poche centinaia di metri da un torrente che da allora è semplicemente il Little Bighorn.
Gli fu permesso di pensare al congedo.
Decise che non sarebbe fuggito, per ora, alla guerra.
Quando ancora si chiamava Giovanni Martini era arrivato dall’Italia dopo aver seguito un altro generale dai lunghi capelli biondi in camicia rossa attraverso un paese da unire.
Dentro di sé, sentì che combattere era quanto sapesse fare.

So long
Andrea

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3 pensieri su “Giovanni Martini

  1. Bello! Bravo Andrea!

    In poche righe sei riuscito a dipingere a tratti chiari una scena che sempre di più, durante la lettura, si è delineata con i suoi contorni drammatici nella mia mente.

    Bell’esercizio…mi è piaciuto!

    M.

    Mi piace

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