Una morte dolce

“Scrivete di un momento di vita di una persona, la sua nascita, o i giochi con gli amici, o il matrimonio, qualsiasi cosa. Anche della sua morte, ma è difficile scrivere una morte che sia bella.”
Se è difficile allora ci provo subito!!!

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Mentre il sole calava dietro alla Cisa, Andrea osservava il panorama attorno, seduto a terra, con la schiena appoggiata alla grande croce.
Ammirava le cime delle Apuane, ne seguiva la linea incrociarsi con i monti di Zeri per andare a tuffarsi nel Golfo di La Spezia. Sul mare lontano si specchiavano i riflessi del cielo rosa e lì, lungo l’orizzonte, l’Elba con i suoi ricordi di tuffi e giri in bicicletta.
Ah l’Elba. Quanto piacere nei giorni passati su un’isola che ne racchiude mille.
Andrea rimase così sinché le tonalità rosate non abbandonarono il cielo per lasciare spazio al tappeto nero della notte. Poi si diresse alla sua tenda, spense il fuoco gettandoci sopra l’acqua con cui prima aveva sciacquato il bicchiere, le posate ed il piatto. Mise tutto all’interno di un sacchetto porta-vivande e si apprestò a coricarsi all’interno del sacco a pelo. Fece tutto molto lentamente, come a voler assaporarsi ognuno di quegli istanti.
Sapeva che erano gli ultimi.
Decise di dormire li fuori, all’aperto. In fondo, il vero autunno doveva ancora arrivare e l’aria restava gradevole anche di notte.
Chiuse la tenda ed entrò all’interno del giaciglio.
Con le mani dietro la testa, iniziò a disperdere l’attenzione verso le stelle. Non ne conosceva i legami perché non studiò mai le costellazioni; decise di unirli come meglio credeva, come a voler dare un segno ai suoi pensieri.
Con un tratto invisibile collegò le prime stelle e vide il sentiero che due settimane prima lo aveva portato dal rifugio di Lago Santo sino a dove era ora. La risalita, iniziata di mattino presto dopo una frugale colazione, normalmente si percorre in un’ora, ma a lui era costata quasi cinque ore di fatica, con tante soste per permettere al suo corpo debole di riprendersi.
Con il dito cercò le stelle con cui scrivere il nome di sua moglie e pensò che proprio fosse proprio lì, il luogo adatto a conservarlo. Per lei ogni mattina riaccendeva il telefonino, un messaggio per dirle che anche per lui era iniziato ancora un giorno. Poi lo spegneva nuovamente.
Infine creò una croce su un monte. Ma non quella sotto la cui ombra aveva passato quegli ultimi suoi giorni, bensì la pace che sentiva avrebbe infine trovato.
Chiuse gli occhi e il manto stellato lo vide all’interno delle palpebre, ne sentiva la pace, dentro.
Si tranquillizzò e il suo respiro, regolare, a poco a poco rallentò; le mani al petto ne seguivano il movimento, salivano e scendevano, sempre più piano, sino a quando scivolarono ai fianchi e, mentre la vera risplendeva alla luce della luna, il petto non si mosse più. Fu il canto ritmico di un gufo ad accompagnare il suo respiro che si univa alla lieve brezza che spirava dal mare.

“Era questo che desideravo come epilogo alla mia vita. Una morta dolce, consapevole, attesa con dignità. E invece tutto è crollato prima del tempo …”

La stanza è invasa dal suono angosciante del monitor che ciclicamente ricorda che il cuore batte ancora. Soffuse luci al neon alla parete illuminano il letto e un corpo in cui l’aria è costretta ad entrare da altri macchinari. Un corpo che solo la medicina definisce vivo.
“Invece sono costretto a vedermi lì, inerme e impotente. Reso incapace di spegnermi”

Questo pensa l’eterea figura che volteggia sospesa ai piedi del letto.
Nessuno può vederla.
Nessuno può sentirla.
Nessuno può capirla.
“Sono ormai tre anni che vedo il mio corpo spegnersi giorno dopo giorno. Ho visto le carni ritrarsi sino a che la pelle ricoprisse le ossa. Ho visto le piaghe formarsi ogni giorno, e infermieri premurosi curarle. Ho visto i capelli e i denti cadere. Ho provato il dolore che lui non è più in grado di sentire.
Tre anni di angoscia per chi mi ha voluto bene. Tre anni di pellegrinaggio al capezzale di un morto in vita”

La figura ora si gira verso un punto luminoso appena oltre la finestra chiusa sulla notte. Una luce che solo lei può vedere e che vorrebbe raggiungere.
Ma non può. Perché il suo corpo respira ancora.
“Perché non abbiamo il dono di sapere il futuro? Mi sarebbe bastato saperlo un giorno prima e ora non mi troverei qui, sospeso.
Invece il mio corpo mi ha anticipato. Rivedo continuamente il pavimento che si avvicina mentre svengo in preda a convulsioni, il respiro che manca, il cuore che si ferma, la luce che si avvicina.
Improvvisi vedo i soccorritori, non so chi li abbia chiamati, lavorare sul mio corpo, la folle corsa in ospedale, le terapie, il coma vegetativo, la luce irraggiungibile sempre un passo avanti a me.
Non reputo colpevoli i medici per questa situazione. In fondo, loro, hanno fatto quello per cui hanno giurato.
Quello che non sopporto è che tutti sapevano, e sanno, quali erano i miei desideri.”

Un cigolio e la porta si apre, mentre una mano dalle dita sottili preme l’interruttore e da luce a tutta la stanza.
Sono una donna ed un bambino ad entrare. Entrambi sono vestiti a festa.
Il bimbo tiene in mano una bomboniera raffigurante un putto con tra le mani il sacchetto dei confetti. Lentamente si avvicina al corpo, depone la statuina sul comodino e, mentre accarezza la mano scheletrica sussurra: “Mi mancavi durante la comunione”.
“Mi sente?” chiede alla madre.
“Si. Ormai non può più soffrire ma sono sicura che da lassù ti sente e ti è vicino”
Lo spettro scende verso il piccolo, gli si pone davanti, incapace di asciugare il suo pianto, mentre la sua mano attraversa quella catenina con la croce che era stata sua e che avrebbe voluto mettere lui attorno al collo esile del figlio.
“Perché devo essere costretto a vederti crescere senza poterti essere al fianco?”
“Dio, perché mi costringi ad essere spettatore della loro sofferenza? Ma poi, perché te lo chiedo? In fondo non sei stato tu a decidere. Sono state le leggi di uomini stolti che, in nome tuo, mi hanno privato della possibilità di decidere”

Lo spettro, ora, guarda negli occhi sua moglie. La vede invecchiata e stanca, ma non per l’età. E’ l’angoscia, il dolore, che ne hanno appesantito i tratti.
“Povera cara, costretta ad una vita senza futuro a causa di questo corpo a cui non è concesso riposo”
Improvviso, come spronato dal pensiero, il corpo ha un sussulto ed il monitor pare impazzire nel seguire la sinusoide del cuore.
Del personale accorre febbrilmente tentando di soccorrerlo.
Madre e figlio vengono sospinti verso l’uscita; da lì assistono impotenti ai vani tentativi di rianimazione.
Il bimbo affonda la faccia contro il ventre della donna, con le mani si chiude le orecchie.
Tranquillità sul volto dell’anima mentre vede che le lacrime della donna finiscono negli angoli di un sorriso che illumina un volto più giovane.
Sente alle sue spalle un calore nuovo provenire dalla luce che si sta facendo sempre più grande.
Per l’ultima volta bacia la guancia del figlio e la bocca della moglie, si gira e capisce che sta andando verso la pace.
Laggiù, oltre la luce, vede finalmente la montagna su cui si staglia una croce.

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4 pensieri su “Una morte dolce

  1. Ferra, che dire? l’ho letto tutto d’un fiato, trascinato da emozioni forti e contrastanti, che non mi lasciano nemmeno adesso che ti lascio questo breve commento.
    La nostalgia e la voglia di rivedere certi luoghi, e il proposito di far calpestare al più presto alle mie bimbe quei sentieri stupendi.
    L’inevitabile consapevolezza di essere su questa terra solo “di passaggio”.
    La dolcezza del bimbo che sussurra poche, ma incredibilmente limpide, parole al padre.
    Insomma, quello che hai scritto, a me non è passato inosservato.
    A presto!

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  2. Ciao Andrea,
    Ottimo! Molto chiaro ed equilibrato: dialoghi, ricordi, eventi.
    A parte il putto con i confetti (;-)), un bel racconto. Forse un titolo un po’ didascalico, ma ci sta. Complimenti.
    Ciao.
    Max

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  3. che dire… veramente molto bello, complimenti! certo se l’avessi scritto io non avrei chiamato il protagonista luca, giusto per scaramanzia!! sai come la penso sull’eutanasia quindi è inutile che te lo riscriva qua. preciso solo che non credo che la moglie vedendolo morire possa anche solo accennare un sorriso, a meno che non si sia già trovata un altro uomo!! è vero si che allo stesso tempo piange, però non mi sembra proprio l’esempio di moglie ideale… basta dire che lo aveva lasciato andare a morire in montagna da solo!!

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