Per te, piccola

“Mettete insieme tre dei vostri ricordi e create una storia nuova, di qualcun altro”. Complicato. Come faccio a unire tre miei episodi scelti a caso da qualcun altro e a creare un racconto che abbia un minimo di senso e che non parli di me?

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“… Erba calpestata e tracce sulla terra smossa. Gambe rapide, affannate, dentro a pantaloni non adatti, troppo larghi e bassi. Corre forte il giovane Sun Lich, incurante dei rami che gli tagliano il giaccone. Scappa dalla figura avvolta in un mantello nero che lo insegue. Ma deve stare attento, non solo alle sue spalle, i pericoli sono tanti, come le radici degli alberi fitti introno a lui, che lo fanno inciampare; cade, rotola lungo il fianco scosceso, e precipita nel torrente impetuoso. Con tutte le sue forze sfida la forte corrente; perde e viene scaraventato nell’abisso scuro in fondo alla piccola cascata. Un ghigno sul volto del rivale. Riesce però a reagire, a sfuggire ai gorghi che la corrente crea sul fondo roccioso, a capire la direzione per risalire in superficie. Segue la luce del sole che brilla oltre il tetto increspato, aldilà della schiuma bianca e ribollente; l’acqua che gli scivola lungo il corpo, la bocca che si spalanca ad accogliere il rifluire della vita …”

“Ade è sempre uno sceneggiatore incredibile e Mosca, ormai, ha raggiunto un livello nei suoi disegni che è spettacolare.
Ma che ore sono? Cavolo, di già ?! Come al solito lei è non è ancora arrivata. Speriamo che tardi ancora un po’ così finisco di leggere”

Andrea appoggia il fumetto che sta leggendo sul letto, solleva la schiena dalla testiera, si stiracchia, prende un telecomando dal comodino e preme play. Nell’aria una voce triste gli parla della splendida ragazza intravista in metropolitana capace di rubare il cuore.

Dalla finestra sul lato opposto entra prepotente una luce calda, estiva, ad allargare lo spazio; una brezza fresca ha aperto le ante socchiuse.

Andrea prova piacere ad essere nella sua stanza. Certo lo stupore, l’entusiasmo della prima volta sono scomparsi, allora mica si aspettava, rientrando da scuola di trovare la sua vuota stanza dei giochi, riempita con una camera da letto. L’attuale senso di sicurezza ha preso lentamente il posto della gioia incontenibile nello scoprire che da quel momento aveva un piccolo angolo tutto suo, in cui poteva liberare i suoi segreti.

Si guarda attorno.

La libreria alla sua sinistra, al tempo riempita con i “Topolino” normalmente disordinati per terra, ora contiene i fumetti e i libri acquistati in seguito, quelli importanti, che non sono stati gettati o regalati dopo la lettura.  Quello spazio, mobili, muri e mensole, raccontano di anni passati ad arricchirlo, ad adattarlo ai suoi umori ed ai suoi gusti che sono mutati insieme a lui.

Rivede, sorridendo, i poster di passioni giovanili, i ricordi di emozioni profonde, la sua foto, sopra la testiera del letto, che lo ritrae in uno di quei momenti che ti fanno comprendere la pazzia dell’adolescenza.

Si alza e si avvicina allo scrittoio posto proprio sotto la finestra; apre uno dei cassetti ed estrae un blocco di fogli bianchi e una matita.

“Devo segnarmi i passaggi e come li hanno studiati e poi creati; mi possono servire per il mio racconto”

Si gira, è davanti allo stereo. Con le mani scorre i titoli della sua discografia.

“No, James Blunt non va bene per questa avventura. Serve qualcosa di più veloce, di più adrenalinico. Serve… “

Resta in sospeso la frase, come la busta, una volta bianca, che si sfila dalla pila di fogli e scivola a terra. Sul dorso il suo nome compare alla voce mittente. Mancano però destinatario e francobollo.

La raccoglie e la riconosce come uno dei suoi, tanti o pochi non sa dirlo, errori giovanili.

Lo sguardo corre nuovamente alla finestra della camera che si trova molto in alto nel muro, quasi fosse un lucernario. E’ lì perché deve sopravvivere al tetto del laboratorio attaccato alla casa.  Andrea riscopre le tegole in argilla rossa, che tante volte lo hanno ospitato, su cui si appoggia un intenso cielo azzurro. Quanti pomeriggi aveva trascorso a leggere sopra il tetto con la schiena appoggiata al muro, come se i luoghi, la gente e le gesta narrati in quei racconti avessero bisogno dello spazio libero dell’etere per potersi materializzare.

Nel tenere in mano quel piccolo frammento di passato, dentro di se sente che è tornato il momento di rifugiarsi nuovamente lassù. Questa volta non per fantasticare su mondi immaginari. Mettendo un piede sulla sedia e l’altro sul davanzale, Andrea sale sul tetto, si siede e appoggia la schiena contro il muro. Da lì studia le luci e i colori. Vede panni stesi e bambini urlanti nei palazzi di fianco; osserva gli uccelli in cielo che si muovono seguendo onde sconosciute; se tende le orecchie può sentire il rumore del torrente che scorre poco lontano, appena oltre la file di pioppi al limitare del prato. Osserva le nuvole che un vento biricchino continua a spostare, a trasformarle in qualcosa di ogni volta diverso, ogni volta nuovo, un turbinio di bianco che si agita su una tavolozza d’azzurro.

Ora la voce gli narra di un’alba bellissima che illumina la spiaggia solo per lui.

Apre la busta mai chiusa e legge la lettera mai spedita, pensando che, in fondo, la colonna sonora è perfetta

Gli occhi vagano su quei caratteri ordinati, la scrittura di un ragazzo che con molta calma aveva posato le parole in fila sul foglio, non certo la scrittura adulta e frenetica di oggi.

“Ciao piccola,
lo so che è strano ma per raccontarti tutto devo scriverti una lettera.
Oggi è stato un giorno bellissimo, mi sono divertito molto in tua compagnia, sono stato bene, come mi capita sempre quando mi sei accanto.
Perché queste cose non te le dico di persona beh, perché è difficile.
Ti conosco da sempre, da 9 mesi più i tuoi anni. Conosco i tuoi genitori, sono dentro a molte delle mie fotografie, riprese in momenti di cui non conservo memoria talmente sono lontani.
Eppure, nonostante ci basti uno sguardo per capirci, sono riuscito a mentirti…”

Andrea chiude gli occhi, non è necessario leggere quelle vecchie frasi, sono dentro di lui, come le immagini di quel giorno. Lentamente la colonna sonora cambia, non parla più di un luogo che val la pena vedere, soprattutto con lei, si trasforma nel dolce suono di una risacca che gli bagnava i piedi, mentre il sole con i suoi raggi lo massaggiava; il corpo leggermente infastidito da dispettosi granelli di sabbia che gli si erano appiccicati addosso. In quel momento non gli importava, avrebbe potuto essere su carboni ardenti che ugualmente non si sarebbe spostato.

Lui stava lì, coricato sul bagnasciuga, perché al suo fianco c’era lei; e lui la guardava, la ammirava, mentre il sole in controluce ne accarezzava i contorni di ragazza che sbocciava in donna. Amava la sua pelle colorata da una leggera abbronzatura, il suo corpo racchiuso da un costume a due pezzi nero con striature turchese; voleva accarezzargli i lunghi capelli biondo-castani e la frangetta che, ogni tanto, nascondeva occhi in cui il mare aveva trovato dimora.

Voleva lei, ma non era ancora riuscito a dirle i suoi sentimenti. Neppure in quei momenti in cui il mondo attorno a loro pareva essersi fatto sfuggente. Erano vicini, si sfioravano e ridevano.

“… di pensieri stupidi e di giochi che lo sono ancora di più.
Ad un certo punto tu hai chiesto: Voglio sapere il nome della ragazza che ti piace.
Mi sono sentito gelare. Per un lungo attimo non ho trovato parole per risponderti.
Tu sbuffi, ti lamenti: “Se non vuoi dirmelo, fammelo indovinare allora!! Quando fai così non ti sopporto !!”
E come ogni volta, per convincermi, hai messo il broncio.”

Ed eccolo con dita tremanti creare i cinque spazi, resi profondi dalla luce del pomeriggio, uno per ogni lettera…

“ .. Bello, mi piace il gioco dell’impiccato”, hai detto puntando i tuoi occhi nei miei. Anche a me, normalmente, …”

… segnare la e, la a e la i.

“Tu hai sorriso, maliziosa, nello sguardo la luce della comprensione che si è trasformato in delusione quando il nome comparso non era il tuo.
A volte basta poco per cambiare un destino, quasi la sottile differenza che c’è tra Erika ed Elisa
“E chi sarebbe questa?”, mi hai chiesto leggermente piccata
“Una amica del mio paese, non credo che la conosci”
Tu non hai indovinato ma l’impiccato sono io, perché ho mentito.
Sono stato codardo.
Non voglio rischiare.
Tante volte ho visto amori adolescenziali creare spaccature quando la realtà torna a pretendere i ruoli giusti. Io non ti voglio perdere, tu sei la mia amica del cuore.
Spero tu mi possa perdonare e capire.
Ti voglio bene
Andrea”

“Già e la paura mi ha portato a non spedirti neppure questa” Andrea non può fare a meno di pensalo.

Sente la porta alle sue spalle aprirsi, passi leggeri avvicinarsi, ma è il suo profumo dolce  a riportarlo all’oggi, alla domanda “sarai tu la mia spalla quando sarò vecchio e avrò i capelli bianchi?” che la voce triste pare fare al suo posto.

Riapre gli occhi, ripiega la lettera e la ripone nuovamente nella vecchia busta. Poi prende la penna e sigla il destinatario con un: Per te, piccola.

“Cos’è, malinconia? Era da tanto che non ti vedevo appollaiato lì sopra”
“Può darsi … “

Andrea la osserva, i capelli uniti in una lunga coda, il volto dagli zigomi pieni, il naso sottile sopra ad un sorriso sempre presente, il corpo, ora adulto, dentro ad un vestito nero, leggero, con le spalle scoperte e la gonna corta a coste. E i suoi occhi: grandi, azzurri e un poco coperti dalla frangetta.
E’ felice che lei, in un pomeriggio intenso di qualche mese prima, sia stata coraggiosa anche per lui.

“Hai finito di leggere, siamo in ritardo.”
“Veramente quella in ritardo sei tu.”

Andrea riattraversa la cornice della sua libertà e subito cerca di specchiarsi, ancora una volta, in quel mare turchese; si avvicina a lei porgendole la busta, “Tieni, è per te. E’ giusto tu sappia”.

La ragazza non lo sta guardando, la sua attenzione è rivolta verso la vecchia foto, quella sopra alla testiera del letto.
Passano alcuni secondi prima che prenda la busta in mano, distrattamente; la soppesa, con calma la studia e infine sorride, impertinente.

“Sai, Andrea, mi sono sempre chiesta quanto tempo sarebbe trascorso prima che tu me la consegnassi.
Non guardarmi così.
Si, lo so cosa c’è scritto.
Da quando? Da quando l’ho trovata in quel cassetto, qualche mese fa mentre cercavo dei fogli per degli appunti.
Perché credi mi sia decisa dopo tanti anni?
No, non mi sono arrabbiata. Ho gioito, ho pianto.
No, non sono delusa, anzi.
Solo una cosa mi fa imbufalire. Ogni volta che vedo quell’immagine sono gelosa.
Per me quando lo fai lo spogliarello pubblico?”

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