Il cane nell’armadio

Il sole caldo del primo mattino penetra libero attraverso le imposte socchiuse, ed illumina la camera da letto, tentando di squarciare anche il velo oscuro del sonno di chi, sul letto sfatto, è ancora avvolto dal ristoratore oblio.
Ad un tratto Claudio si sveglia.
Non capisce cosa sia stato a fare breccia in quel mare d’ovatta che circonda i suoi sensi.
Forse la luce, forse un rumore.

Si sveglia abbandonando sogni confusi e senza sostanza, come disegni abbozzati ma privi di definizioni. Scene di vita che non ha vissuto, di divertimenti non provati.
La testa gli duole; i suoi ricordi della sera precedente indefiniti, a tratti inesistenti.
Si guarda intorno ma ciò che vede non lo aiuta: le lenzuola completamente stropicciate, i vestiti sparsi sul pavimento.
Anche i sensi lo confondono: in bocca un senso di torpore come se “avessi mangiato un biscotto di sabbia”, le sue narici percepiscono tra le lenzuola un dolce effluvio di vaniglia, un guaito è quello che le sue orecchie odono.
“Che palle il cane dei vicini. Ma non erano in vacanza?”
Ancora confuso si alza
“Forse una doccia mi aiuterà”
Apre il miscelatore per avere un getto d’acqua forte e bollente; con sollievo sente i rivoli caldi accarezzargli il corpo e sciogliere i muscoli indolenziti. Insieme alla stanchezza inizia ad andarsene la nebbia che nasconde le sue ultime ore.
Mentre si insapona non riesce ad evitare di commentare: “Devo ricominciare ad allenarmi. A trentacinque anni non è possibile avere questa pancetta. Da domani dieta e corsa”, ma sa che alle buone intenzioni è difficile dare strada.
Dopo essersi asciugato il corti capelli neri spruzzati dai primi riflessi grigi, si avvolge nell’accappatoio dopo aver richiuso l’acqua. Mentre si avvicina al lavabo (ed allo specchio inquisitore) sente ancora un guaito.
“Ma perché non lo portano fuori?”
L’immagine che ha davanti lo urta.
Un viso stanco, i lineamenti tirati, gli occhi marroni gonfi e una barbetta incolta sono i chiari sintomi di una notte di bagordi finita con la sua sconfitta.
“Se solo ricordassi cosa è successo…”
Decide, per prima cosa di radersi. Apre lo sportello alla sinistra del lavandino e prende schiuma da barba (in gel che si stende meglio) e lamette (com’è che più aumentano le lame e meno tagliano?); dall’erogatore esce un freddo fluido azzurro che applicato sulla faccia si trasforma in una candida schiuma.
Mentre passa il rasoio, Claudio inizia a ripensare alla sera precedente.
Ricorda che era d’accordo con Marco e Paolo per uscire alla sera (hai cambiato la macchina? allora si beve! Naturalmente tocca a te!!). Verso le ventuno è arrivato a casa di Paolo (Cazzo! ti sei fatto il SUV?!?) e insieme sono passati da Marco (ma non li odiavi ‘sti cosi? Ricordo che dicevi: se voglio un quattoperquattro compro un fuoristrada).
Ancora un guaito lo distrae dai suoi pensieri.
“Spero gli pisci in casa visto che hanno anche il parquet”
Man mano, però che il suo volto si rivela dalla schiuma, i suoi ricordi si fanno confusi.
“Ma dopo dov’è che siamo andati?”
Si sciacqua, si asciuga e torna in camera.
Si avvicina alla finestra, la apre e spalanca al caldo sole le persiane. La brezza della mattina entra ad eliminare i resti della notte. Lo sguardo gli cade sulle finestre del piano di sotto e sul parcheggio sottostante.
“Strano, tutto chiuso e non c’è la macchina di Marta. Lei non guida mai e la smart è sempre qui sotto. Che siano davvero via?”
Ancora il guaito. Stavolta è più forte e decisamente vicino.
Con lo sguardo vaga all’interno della stanza.
Ancora il guaito.
“Impossibile. O sono impazzito o il cane è in camera mia.”
Ancora il guaito. Continuo. Claudio ne segue la traccia e arrivato all’armadio a sei ante che riempie per intero una parete e ne apre le due centrali.
Il suo volto si trasmuta in una maschera di stupore e incredulità. Non riesce a credere alla scena davanti hai suoi occhi.
Un botolo di piccole dimensioni, dal lungo pelo bruno chiaro, lo sta fissando, con due occhi neri e un muso tenuto leggermene inclinato, su cui troneggiano due orecchie enormi. mentre calpesta le sue polo Lacoste.
“Si può sapere cosa ci fa un cane nel mio armadio?”
Allunga le mani, lo afferra sotto le ascelle e lo solleva; per un tempo che Claudio non riesce a comprendere i due si guardano: un uomo in accappatoio con mille dubbi che osserva un cucciolo con la lingua di fuori che chiede solo di essere lì.
Poi lo posa sul pavimento e si mette a controllare i suoi indumenti. Tranne alcune magliette spiegazzate e bagnate di saliva, non sembrano esserci danni.
La luce del sole entra ormai nella stanza in tutto il suo bagliore; un suo raggio illumina qualcosa sul comodino ospite. Claudio lo vede: è uno stick di rossetto posato su un foglio.
Li solleva entrambi.
Sul foglio, una pagina del block-notes che tiene appeso al frigorifero con una calamita, la scritta:
“Si chiama Rufus. Trattamelo bene e stasera portamelo. C.”
“C. ma chi è C.?”
Incuriosito toglie il tappo del rossetto e scopre un delicato lucida-labbra rosa con tanti brillantini bianchi.
“Spero che tutto questo sia un sogno; anche se incubo è più corretto.”
L’ennesimo guaito lo riporta dai suoi pensieri. Arrampicato con le zampe anteriori verso le sue ginocchia, il cagnolino reclama la sua attenzione.
“E così tu sei Rufus”
Una abbaiata più convinta sembra la conferma. Poi il cane inizia a camminare verso la porta della camera, si ferma, lo guarda e poi si dirige verso l’uscita dell’appartamento. Qui davanti la porta chiusa, si rigira nuovamente verso Claudio e inizia ad abbaiare, anche se sarebbe meglio dire a emettere un lamento disperato.
“Ok, ascoltami. Io non sono il tuo padrone, non ti capisco. Vuoi uscire?”
Ancora l’abbaiata decisa a cui segue un raspare sulla porta.
“Probabilmente deve andare a fare i bisogni” pensa.
“Ok, aspetta”
Claudio recupera una tuta lasciata a casaccio sul porta-abiti, si veste e apre la porta dell’ingresso con Rufus che subito si precipita fuori. Esce sul pianerottolo, chiude la porta e inizia a scendere le scale che dal primo piano lo conducono verso le cantine ed al giardino comune ai cinque residenti la palazzina.
Giunto fuori, Claudio è colpito dall’azzurro intenso del cielo e ricorda che la sera prima si era messo a piovere, forte, enormi pozzanghere si erano formate sulle strade mentre, con la macchina nuova girava per la città con i suoi amici.
“Ma dove siamo andati?”
Osserva poi il prato ed il cane che annusando intensamente il terreno, procede alla scoperta di un nuovo mondo pieno di odori e umori; lo studia mentre l’animale inizia a girare su se stesso, a fermarsi e finalmente lasciare un ricordo per gli altri canidi del circondario. Soddisfatto e tranquillo si riavvicina a Claudio che con orrore osserva le sue zampe.
“Guarda come ti sei ridotto! Tutte le zampe sono piene di terra”
Decide di rientrare portandolo in braccio
“Se ti faccio camminare così sporcheresti tutto l’androne e le scale. Dopo chi la sente la portinaia?. La signora Anna è una arpia con gli animali e con chi gli sporca le scale. Ti pela”
Rientrato in casa per prima cosa decide di pulire il cane con uno straccio: “Anch’io ci tengo alla pulizia cosa credi?!”
Poi decide che: “Devo assolutamente capire cosa mi è successo.”
Prende il telefono senza-fili e compone un numero.

Continua……

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