L’urlo in gola

Mi guardo intorno e la sensazione che mi investe è di non trovarmi nel mio mondo.

Nel cortile asfaltato della casa dove una volta abitavo con i miei genitori, in questo tardo pomeriggio, sembra che Alice e tutto il suo Paese delle Meraviglie sia qui intorno a me, come se Carroll avesse materializzato la sua immaginazione in qualcosa di reale.

Guardo bene e capisco di trovarmi in una realtà in maschera.

Forse è carnevale e tutti si sono abbigliati per vivere questa giornata dedicata all’allegria.

Attorno mi passano figure astratte: finanzieri con elmetti a forma di rana, carabinieri con uniformi bianche e nere, soldati con cappelli da cow-boy. Anche le automobili sono agghindate con nastri e lustrini, come una parodia delle vetture ufficiali.

In me è però l’inquietudine a essere presente e tutto mi appare sbiadito, come se i colori fossero stati sostituiti da opprimenti tinte grigie.

Solo ora mi accorgo che al mio fianco ho mio figlio di sei anni; anche lui è una mascherina: sembra un generale in uniforme grigia con pantaloni alla Zuava ed un buffo cappello rotondo da avventuriero.

Mi guarda, e senza che ci scambiamo una parola, comunichiamo tra di noi: lui vuole andare a giocare con gli altri mascheranti, io voglio che lui stia attento perché tante macchine stanno uscendo dalla corta salita che dal cortile immette in strada.

Lo vedo percorrere il marciapiede che costeggia la casa e poi attraversare verso un gruppetto senza guardarsi attorno: una macchina lo schiva, non accenna a rallentare, come se fosse previsto che non lo avrebbe urtato, come se fosse normale non vederlo.

Sono arrabbiato.

Vado da lui. Lo sgrido. Decido che per punizione dobbiamo andare in casa.

Anche ora non sento le mie parole ma capisco di averle dette.

Mio figlio mi guarda e come ogni volta che ci scontriamo, mi si pone inanzi ancora più arrabbiato di me. Mani chiuse a pugno contro i fianchi, digrigna i denti e indurisce lo sguardo. Due piccole increspature verticali si formano tra le sopracciglia tese.

Poi parte verso la porta di ingresso del palazzo, a passi lunghi e marcati, come una furia. Io dietro di lui irato e soprattutto offeso dal suo atteggiamento di sfida.

I cinque scalini che portano al piano rialzato non ci accorgiamo neppure di farli. Mentre percorro i diciassette scalini della prima rampa di scale mi accorgo che qualcos’altro non è corretto: io non abito più qui! Sono anni che sono uscito di casa e, ora, i miei genitori abitano loro stessi da un’altra parte. Sui tredici scalini della seconda rampa mi chiedo: Cosa ci faccio qui?

Arrivo sul pianerottolo del primo piano, di fronte a me la porta del vecchio appartamento. Mio figlio si trova sul quinto scalino che porta verso il secondo piano. E continua a guardarmi con astio.

Provo ancora a spiegargli che quello arrabbiato dovrei essere io perché ancora una volta mi ha disobbedito, rischiando di farsi male, tutto perché sembra non capire i pericoli in cui si pone.

Mi guarda e senza che apra bocca mi dice: “Sei cattivo, volevo giocare”.

Nessun suono per intimargli di scendere e di entrare in casa.

Lui mi guarda e si sporge con la testa oltre il corrimano delle scale. Il cappello gli cade.

Con terrore lo vedo portare tutto il corpo a cavalcioni del corrimano.

Lo vedo mostrarmi uno sguardo ancora più duro e con orrore lo vedo lasciarsi andare giù, nella tromba delle scale.

Mentre cade non è come nei film; la sua velocità aumenta, non diminuisce, il tempo non si espande ma scorre inesorabile.

Mentre precipita mi sento impietrito.

Vorrei urlare ma non ci riesco.

Vorrei chiedere aiuto, a qualcuno, a Dio, ma ogni suono mi muore in gola.

Nella sua caduta non urta contro altri parapetti o contro le pareti della scala.

Arriva a terra con i piedi e per a prima volta percepisco un suono, un rumore, l’urto del suo corpo con il suolo.

Ancora impietrito lo osservo rialzarsi ed iniziare a ripercorrere le scale….

Mi sveglio.

Lungo la schiena un brivido ancora vivo, ancora gelato.

Un incubo.

Sono in ginocchio sul mio letto nel mio appartamento, nelle mani stringo le lenzuola e osservo nella penombra del primo mattino il mio cuscino. La bocca aperta cerca di inserire ossigeno dentro il corpo. Il cuore non lo sento battere. Adesso si. Ora arriva un battito frenetico, forte tra le tempie. Sudo. Mi sento pallido.

Al mio fianco, mia moglie dorme: per fortuna non si è accorta di nulla.

Cerco di riprendere a respirare in un modo coerente. I miei occhi continuano a trasmettere il film precedente, ossessivamente.

Non so quanto tempo resto in questa posizione, alla fine decido di alzarmi.

Un impulso mi porta verso la cucina, separata da una penisola dalla zona salotto. Apro il frigorifero e estraggo la bottiglia di acqua. Ne bevo un sorso.

La luce dell’elettrodomestico illumina parzialmente il divano e lo vedo.

Mio figlio dorme beato sul tre posti del salotto. Non ho ancora capito perché durante la notte lasci il suo letto per adagiarsi qui sopra.

Mi porto vicino a lui e mi chino ad guardarlo.

Lo guardo mentre il suo corpo ritmicamente si solleva ad ogni respiro; il volto rilassato, sorride agli angeli.

Resto li sino a quando un primo raggio di sole di questo nuovo giorno d’estate non entra dalle fessure tra le tapparelle.

Cerco di richiuderle meglio in modo che la luce non lo disturbi; lo bacio in fronte e ritorno verso la mia camera anche se so benissimo che mi sarà impossibile dormire ancora, stanotte.

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4 pensieri su “L’urlo in gola

  1. Bello, bello, bello! Ti tiene sulle spine sino all’ultima scena…dove tutto sembra tornare ad una tranquilla e desiderata normalità! Di questo passo potresti diventare il mio scrittore preferito… 🙂 Penso che anche in questo risieda la grande potenzialità di internet che con i suoi nuovi scenari comunicativi apre porte e possibilità solo impensabile sino ad un decennio fa. Alla faccia di chi vorrebbe spegnerlo. Sarebbe meglio si impegnasse nell’imparare ad usarlo! 🙂

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  2. Eclettico !.. ma.. disturbato, decisamente disturbato ! il mio “amico” (?) scrittofotobiciclista preferito.
    Mi piace molto il tuo entusiasmo per la comunicazione e la tua ricerca, specie ultimamente, di contatti (..anche sinaptici ?), di confronto con gli altri e di feedback.
    Il modo migliore per trovare amici è cercarli con assoluta sincerità e disponibilita di mente e cuore, come credo stia facendo tu. Auguri E MAGARI SOGNI D’ORO !

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  3. che paura! ci sarei potuto essere io in questo sogno assurdo e nel risveglio conseguente. anch’io ho un figlio appena più piccolo. 5 anni a settembre. anch’io non abito più in quel posto. troppe affinità che mi hanno messo un po’ di tensione. comunque bello.
    ho notato il tuo nome nei commenti di altri blog perchè c’era scritto un nome ed un cognome. non hai bisogno di nasconderti dietro una sigla o un nomignolo e mi è sembrato tanto strano da saltarmi agli occhi.
    ho poi trovato un tuo commento sul blog di tale “laugio” o una cosa del genere, che parlava della questione di Eluana. gliene ho dette quattro anch’io più o meno sul tuo stesso pensiero e poi eccomi qui a terrorizzarmi con questo racconto. d’ora in avanti ti terrò d’occhio con i tuoi post. fai un salto anche tu nel mio blog appena nato. ti renderai conto dove sono

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